Assemblea del XX giugno : Ripensiamo la città – Rassegna Stampa Online

Articolo e servizio Video di Umbria24:

Anima civica riporta in piazza i perugini: «Ripensiamo la città»

Articolo di Tuttoggi:

Il rilancio di Perugia inizia dalla piazza di Anima civica

Articolo di Umbria Domani:

http://www.umbriadomani.it/in-rilievo/anima-civica-in-campo-per-perugia-meno-hashtag-piu-idee-200340/

Anima Civica: “Per rigenerare una città serve un’idea di città”

Le “formule” individuate per uscire dal declino: 
 Estetica = memoria x conoscenza x coraggio
Visione = design / territorio

Con lo slogan “meno hashtag, più pensiero e più partecipazione” si è chiusa l’assemblea pubblica organizzata da Anima Civica a Perugia con la cittadinanza che ha risposto numerosa all’appello per iniziare così il percorso di un “progetto per la città”.

Perugia del futuro, ruolo della comunità, trasformazione ed evoluzione del capoluogo: questi i temi al centro di uno spazio creato per dare sostanza ad una idea collettiva di città.

PERUGIA – Bellezza, conoscenza, memoria, conoscenza, idee, coraggio, visione, partecipazione, condivisione, incontro, rigenerazione: sono queste alcune delle parole chiave dell’incontro pubblico organizzato da Anima Civica per rilanciare il suo percorso di “progetto per la città”. Un appuntamento che ha avuto come primo merito quello di creare una unità di intenti, e soprattutto senza divisioni, e con l’unico obiettivo di partire dalle idee prima ancora che dai nomi o dalle persone. Obiettivo, “fermare il declino” e “svegliare la città per farla uscire dal sonno in cui è piombata da alcuni anni”. Parole quindi ma non solo, con i contenuti e un’idea di città condivisa e inclusiva che ha iniziato a prendere forma. Uno “scossone” necessario ad una “città dormiente” partendo dal confronto e dalla discussione, pratiche quasi dimenticate in questi ultimi anni, e con “il primo nemico da sconfiggere che è la rassegnazione”.

Come sarà la Perugia del futuro? E la comunità che la vive che ruolo avrà nella trasformazione e nell’evoluzione della città? A queste domande Anima Civica e il numeroso pubblico accorso all’assemblea pubblica nell’Arena BorgoBello (Teatro di Figura, via del Cortone) alla serata di mercoledì 20 giugno (data dal forte valore simbolico per la città di Perugia) hanno cercato di rispondere tra interventi in programma – le comunicazioni introduttive sono state a cura di Paolo Belardi, Fabrizio Ricci e Costanza Spera – e quelli che sono seguiti, visto che l’invito a partecipare era infatti rivolto a tutta la cittadinanza che ha così preso parte alla riunione della città per dare voce alle proprie aspettative e alla propria visione di città. Numerosi anche i giovani presenti, a dimostrazione che i temi che coinvolgono la città di Perugia interessano anche il mondo giovanile. “Una piazza simbolica rispetto a tante esperienze e forse siamo sulla strada giusta” è stato sottolineato all’inizio. “Non abbiamo personalismi da rivendicare, ma c’è un protagonismo della città da rimarcare con Perugia che deve tornare a fare Perugia” hanno affermato i rappresentanti di Anima Civica che, con l’idea di “fare politica e non scendere in politica”, rifiutano “la chiusura, il provincialismo e il feticismo della schedatura” a cui si assiste anche in questi giorni: “Una concezione della vita pubblica che non ci appartiene”.

A prendere per primo la parola è stato Fabrizio Ricci, il quale ha sottolineato la “percezione del declino di una città e di un modello economico”. “Ci sono disuguaglianze anche tra quartiere e quartiere e tra generazioni, con i figli che stanno peggio dei propri genitori. Il lavoro, che non appariva nel programma del sindaco Romizi, anche a Perugia è sotto attacco, sempre più precario, non è più una condizione intorno a cui persone costruiscono un progetto di vita. L’esplosione della povertà è il problema su cui bisogna intervenire ad esempio valutando gli strumenti che già esistono, come il reddito di inclusione che interessa 2.500 umbri, o alla fonte mettendo in pratica politiche redistributive. Il nostro territorio ha fatto la storia del welfare con livelli di benessere e di uguaglianza molto alti ma ora è diventato un costo, non più visto come fattore di sviluppo”. Per Ricci, inoltre, “va ricreato un rapporto con l’Università perché il gioco di squadra tra città e Ateneo oggi sembra assente”.

Proprio su temi come Università e cultura è intervenuta Costanza Spera, ed anche per lei si assiste ad uno “scollamento” tra l’Università e la vita esterna. “Una città che si definisce universitaria deve interpretare in modo più profondo il suo ruolo” ha commentato la studentessa per poi aggiungere: “Mix culturale, prospettive, integrazione e servizi per tutti gli studenti sono possibili solo se c’è connessione con la città: Perugia deve riscoprire il valore degli istituti di alta formazione come anche la sua Università per stranieri”. “Cultura non è solo università e non è solo festival – ha aggiunto – e la città ormai rischia di chiudersi. Bisogna investire su politiche culturali che puntino a multiculturalità, integrazione ma anche su spazi pubblici che mancano. Il declino non è tanto rispetto a ciò che c’era prima ma rispetto al potenziale della città”.

“Per rigenerare una città serve un’idea di città” ha affermato Paolo Belardi. “Si rincorrono problemi particolari, risolviamo le cose in modo episodico, ma per fare del bene ci vuole una visione generale”. Secondo Belardi “non è la bellezza che crea il pensiero, è il pensiero che crea la bellezza”. Due le “formule” che per Belardi possono aiutare in questo percorso di rigenerazione: Estetica = memoria x conoscenza x coraggio e Visione = design / territorio.

In merito allo scarso utilizzo di memoria Belardi ha detto: “Un pezzo di architettura formidabile, l’opera di Claudio Longo, ex mattatoio di via Palermo, è stata demolita. Non possiamo demolire cose del genere senza di averle fotografate, rilevate e fatte conoscere. Così è come se non fosse mai esistito. Stessa cosa è avvenuta a Monteluce. Il primo edificio panottico (“che fa vedere tutto”) della contemporaneità è stato l’ex carcere che poi tutto il mondo ha copiato: non si può pensare di demolire anche questo. L’Arco etrusco invece è cresciuto su se stesso senza mai negare ciò che è”. Relativamente alla conoscenza che per Belardi è sinonimo di ricchezza ha spiegato: “Bisogna sfatare l’idea che Perugia è città medievale. C’è infatti anche l’800, il ‘900 e bisogna studiare cose ancora non studiate”. “Bisogna avere coraggio” ha poi proseguito: “Piazza del Bacio va guardata come sogno di una generazione che da città agricola si è trasformata in industriale. Perché rinnegare un sogno?”.

“Abbiamo istituito – ha aggiunto – all’Accademia di belle arti di Perugia un corso di design che ora ci vogliono copiare da più parti. Design significa disegnare e tracciare ad alto livello, significa cultura del progetto. Più alimentiamo quest’ultima più abbiamo una visione forte”. Sul territorio, per Belardi, troviamo le nostre radici e per guardare al futuro “bisogna costruire sul costruito”. “Gli edifici contemporanei sono gli stessi centri storici – ha detto – e la nostra sostenibilità dopo averla insegnata al mondo l’abbiamo dimenticata”. Dalla sua esperienza all’Accademia di belle arti Belardi ha capito “un’ovvietà”: “Se si vuole avere una visione e creare bellezza prima servono poeti, pittori, artisti, fotografi che ti fanno vedere le cose in maniera diversa. Su questo si può intervenire poi materialmente”.

Lavoro, cultura, università e urbanistica sono stati quindi i temi che hanno delineato la parte introduttiva della discussione. Dopo i relatori invitati da Anima Civica a parlare sono iniziati i vari interventi del pubblico. Si è parlato pure di diritti civili anche “per far tornare Perugia la città accogliente e inclusiva che è sempre stata”; non governare la città ma amministrare solo “non va bene”; occorre ritrovare la “gioia urbana” ma per questo “ci vuole una scossa molto forte per costruire una nuova idea di città e ripensare il destino di Perugia che in passato è stata capitale del nuovo sviluppo territoriale e un grande laboratorio di pensiero politico”; c’è bisogno di una idea di città pensando che Perugia “deve fare un salto di qualità nelle sue basi produttive e di pensiero”; per fermare il declino “bisogna parlare sì di Pil e problemi economici ma anche di anima con la necessità di comunicare sempre di più per tornare a processi di bellezza e rigenerazione della città e perché c’è una egemonia culturale della città che è stata sconfitta da quella della sottocultura e da una visione restauratrice”; “meno hashtag, più pensiero e partecipazione”.

Anima Civica quindi è “scesa in campo” per rompere uno schema con la convinzione, anche a bilancio della serata, che il percorso pensato potrà essere incisivo se si trasforma ora in una nuova progettazione fatta di idee e azioni comuni.

Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda politica di Perugia

Da qualche tempo nella patria del capitalismo liberista per antonomasia, gli Stati Uniti, si è aperto un dibattito interessante e molto avanzato su come combattere disoccupazione e lavoro povero. Grazie soprattutto a Bernie Sanders – leader della sinistra democratica – si è cominciato a dire che deve essere lo Stato (il governo federale nel caso degli Usa) a risolvere il problema, in maniera diretta, attraverso quella che oltre oceano chiamano “Job guarantee”, ovvero, “Garanzia di lavoro”. In poche parole, lo Stato si trasforma in datore di lavoro di ultima istanza, che interviene offrendo un’occupazione dignitosa (almeno 15 dollari l’ora) quando il mercato privato non è in grado di farlo. Il governo centrale finanzia il progetto, ma il sistema è poi gestito dalle istituzioni locali (stati federali, ma anche municipi) sulla base delle esigenze del territorio.

Senza entrare qui nel dettaglio della proposta – in rete si trova moltissimo materiale – il punto centrale è che negli Usa (e ora anche in Gran Bretagna) si discute del ruolo che lo Stato deve avere nella creazione diretta di lavoro.

Da noi purtroppo questo dibattito è assente, ma forse è arrivato il tempo di ricominciare a riflettere sul ruolo e sulle responsabilità del Pubblico, a tutti i livelli, nel rispetto del diritto costituzionale per eccellenza, quello al lavoro appunto.

Prendiamo Perugia, la nostra città. L’Istat ci dice che negli anni della crisi il sistema locale del lavoro (che comprende anche i comuni vicini come Corciano, Torgiano, Marsciano, Magione, etc) è passato dai quasi 111mila occupati del 2008 a meno di 104mila nel 2016, con una perdita secca di quasi 7000 occupati. Oltre a questo, c’è una continua a crescente precarizzazione del lavoro. Banca d’Italia nel suo ultimo recente rapporto sull’economia dell’Umbria ci dice che nella nostra regione le assunzioni a tempo indeterminato sono diminuite ancora nel 2017 (-16,3%), dopo il tracollo del 2016 (-45%). E le previsioni per il prossimo periodo non lasciano intravedere alcun miglioramento. La stragrande maggioranza delle imprese della nostra regione – afferma stavolta Unioncamere – non intende assumere. Anzi, una parte prevede ulteriori riduzioni di personale.

Pensare che le istituzioni pubbliche, dal governo centrale fino all’ultimo dei comuni, possano restare a guardare, proseguendo tuttalpiù con la logica (fallimentare) degli incentivi a pioggia (stile jobs act) o introducendo meccanismi riparativi (Rei, redditi di cittadinanza, etc.) utili, ma insufficienti, è un atteggiamento suicida. Tanto più nel bel mezzo della rivoluzione tecnologica e digitale che, seppure per ora ben poco intercettata dalle nostre parti (il piano Calenda in Umbria ha generato pochissimi investimenti rispetto al resto del Paese), produrrà nel medio periodo ulteriori eccedenze di manodopera.

E allora? Serve un “job guarantee” anche nelle nostre città? Magari! Ma il tema non sembra purtroppo all’ordine del giorno. Di certo però si può e si deve cominciare a ragionare sul territorio del lavoro che manca, di quello che c’è ma è sempre più povero e precario, si può fare un’analisi dettagliata del rapporto tra percorsi universitari proposti e capacità di offerta occupazionale in quei settori specifici (i dati di Almalaurea possono essere utili in questo senso), si può intervenire energicamente sulla formazione professionale, si può e si deve ragionare di appalti pubblici e della qualità del lavoro che essi producono e, ancora, si può mappare ciò che resta di un sistema manifatturiero un tempo glorioso e oggi ridotto all’osso, ma senza il quale difficilmente si può immaginare una prospettiva. Questo porta anche, necessariamente, a porsi il problema di riequilibrare il rapporto tra multinazionali e territori, e al tempo stesso di indirizzare il resto del tessuto produttivo, fatto per lo più di piccole e piccolissime imprese verso un progetto coerente, basato su una visione condivisa della Perugia e dell’Umbria di domani.

L’impressione è che oggi si stia per lo più amministrando il declino, in una rincorsa continua volta tuttalpiù a limitare i danni. Urge un cambio di passo, ma soprattutto di mentalità. Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda di Perugia e dell’Umbria.

di Fabrizio Ricci

Un impiccio chiamato Fontana Maggiore

Della Rocca Paolina si disse “splendida e inutilissima mole”. Lo stesso potrebbe dirsi della Fontana Maggiore, togliendo la mole, perché è un gioiello splendido nelle sue fattezze, equilibrato nelle sue dimensioni, con una posizione razionale per la Platea Magna Civitatis. Ma oggi considerata inutilissima, ostacolo ai mille eventi che vengono tollerati e permessi nella Piazza IV novembre, oscurata da palchi e palchetti, gazebi, gonfiabili, camion e camioncini di servizio, baracche e baracchini. Ormai intralcio alle tante manifestazioni moderne (e post moderne), ai vari festival, feste, raduni, trattenimenti, rimpatriate che Perugia, fino a ieri città di provincia ma mai provinciale, ospita oggi nella sua piazza principale, garantendo con i suoi alti profili architettonici scenari unici e prestigiosi, ridotti però a semplici quinte teatrali. E’ ora di toglierla di lì, trasferirla altrove, facendo felici mercanti e faccendieri, manager dello spettacolo e dell’intrattenimento, imprenditori dell’effimero, amministratori festaioli.

Del resto la cultura, oltre che non dare da mangiare, è ormai considerata un lusso per pochi, una questione di élite, e il bene artistico va valorizzato come merce, altrimenti non è, non serve, è inutile.

Del resto con il ridimensionamento delle Sovrintendenze e la creazione dei direttori monocratici dei Poli museali, non si è voluto aziendalizzare i beni culturali, enfatizzando la loro gestione, a scapito della tutela e della promozione? Non si sono cercati per questo ruolo dei manager più che degli esperti di settore? La loro mission non è quella di garantire la massima visibilità e fruibilità alle raccolte di prestigio, facendo del numero dei visitatori il riscontro oggettivo e incontrovertibile dell’efficacia della gestione? Non importa poi se mancano o si riducono competenze per la ricerca e gli scavi, al fine della individuazione, del restauro di beni che vanno tutelati e promossi.

La Fontana Maggiore è un bene di tutti, non è musealizzato, non si paga il biglietto per vederla, non è gestibile nel senso tecnico del termine.  

Andrebbe innanzitutto rispettata, nel senso che pretenderebbe un’area di rispetto, per impedire intromissioni di qualsiasi genere, anche acustiche. Andrebbe contemplata, libera da ostacoli e impedimenti visivi, sempre, in qualsiasi ora del giorno e della notte, per una fruizione continua e un arricchimento interiore.

Andrebbe capita, per coglierne il linguaggio, messaggi, i simboli, che, anche se medievali, sono ancora attuali.  E’ una grande rappresentazione di saperi e conoscenze, una summa di visioni e di consacrazioni, di memorie e di testimonianze. Ci arriva dall’età dei liberi comuni, da una incredibile esperienza di democrazia possibile, di emancipazione e di diritti, di rinnovamento e di speranza. E’ per questo che vi sono rappresentati i lavori dell’uomo e le stagioni del tempo, le professioni e le discipline, le metafore del potere e del sapere, i santi e i personaggi mitici, le città e i territori. C’è tutto quello che era conosciuto e che meritava di essere conosciuto, per farne un sapere diffuso, tramite un linguaggio condiviso ed un monumento pubblico.

Ma c’è qualcos’altro, anzi manca qualcosa.

Non vi è rappresentato nessun condottiero o cavaliere di ventura o potente armato, non c’è nessuna esaltazione di fatti d’arme, di battaglie, di presunte vittorie militari, nessun simbolo di guerra o di violenza. L’unica arma scolpita nel marmo è la spada di San Paolo, simbolo della fede, comunque sublimato.

La Fontana Maggiore canta la pace e un linguaggio di pace è l’unico possibile per affrontare e risolvere i problemi della res publica.

Possiamo non rispettarla, possiamo non contemplarla, possiamo non capirla, ma così facendo neghiamo a Perugia un futuro credibile e sostenibile.

di Marcello Catanelli 

Quali Università per quale Città?

Spesso ci si chiede che tipo di città sia una città universitaria. Di per sé la sola presenza di un Ateneo basterebbe a definirla tale, ma in realtà questo aggettivo significa molto di più.
Università è apertura e inclusività, sia verso i soggetti esterni sia verso quelli che la popolano e la alimentano. L’inclusività di sistemi, idee e persone è strettamente legata all’accessibilità, sociale e culturale, altro presupposto indispensabile affinché un’università per tutti e di tutti possa diventare il vero cuore dinamico della città.

Università è internazionalizzazione, luogo di incontri, di confronti e di mescolamento intellettuale. L’università nel terzo millennio è un soggetto culturale in costante interconnessione con il mondo. A tal fine assume un’importanza determinante il concetto di progettazione. In primo luogo “progettazione” per favorire un processo integrato in cui le istituzioni pubbliche di vari livelli (università, ministeri, regioni, comuni) possano contribuire allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza; in secondo luogo per accedere agli ormai irrinunciabili finanziamenti nazionali e internazionali. La progettazione diviene così lo strumento principale per una relazione costruttiva tra flussi globali di pensiero e necessità politiche locali. Uno strumento che può essere incrementato solo attraverso una programmazione ponderata delle azioni interistituzionali. La città di Perugia e la Regione dell’Umbria hanno bisogno di ritrovare nel rapporto con la ricerca universitaria un nuovo slancio in termini di innovazione professionale e di efficientamento delle risorse disponibili. Le università, mai come in questa fase storica, rappresentano il motore della Regione Umbria e della città di Perugia, realtà che con difficoltà stanno portando avanti un proprio percorso produttivo avvalendosi solo marginalmente del potenziale che queste istituzioni potrebbero rappresentare per lo sviluppo e per l’occupazione.

Dal punto di vista dei servizi molte azioni coordinate potrebbero rendere gli istituti di formazione e tutta la città molto più attrattivi. Ad esempio, il problema dei collegamenti a medio-lungo raggio è strettamente connesso al problema del trasporto urbano; insieme fanno riflettere su un’esigenza oggi vitale: integrare la popolazione universitaria agli spazi cittadini, restituendole una “dimensione” e un’importanza appropriate. Il percorso personale di studenti, ricercatori e docenti che vivono e condividono quotidianamente la città con gli abitanti deve essere interpretato come un’occasione di confronto preziosa e costruttiva: si stratta di giovani e di adulti, alcuni dei quali iniziano qui una formazione che potrebbe portarli lontano; altri, invece vengono per restare.

Ma questa città tiene davvero alla sua popolazione universitaria? La storia passata ci farebbe assentire, quella più recente lascia alla riflessione politico-amministrativa numerose questioni aperte: dal problema degli affitti a quello della convivenza negli spazi urbani condivisi tra studenti, personale accademico e residenti, dai momenti importanti ricreativi e di socializzazione alla fruizione aperta dei servizi. Solo quando studenti, docenti e ricercatori smetteranno di essere percepiti come visitatori temporanei, solo quando istituzioni e cittadinanza saranno veramente consapevoli del valore aggiunto derivante dalla popolazione accademica, dalla elaborazione culturale e dalla ricerca scientifica, sarà possibile definire Perugia come una città universitaria. Una città aperta e inclusiva h24, con aule studio e biblioteche aperte giorno e notte; spazi di vera aggregazione, unici reali presidi di cittadinanza viva e di sicurezza. Gli spazi della città e delle università devono essere riqualificati, resi vivibili e a disposizione di tutti.

E’ evidente, quindi, come la ricerca possa garantire e, al contempo, implementare sinergie tra Perugia e Università; in un circolo virtuoso in cui chiunque può usufruire direttamente o indirettamente della forza di studi che garantiscono coesione sociale e sviluppo. Il “ben-essere” di Perugia non può prescindere dalla simbiosi tra città e università.

di Dario Bovini, Mattia Liguori, Michele Mencaroni, Daniele Parbuono, Masimiljano Rrapaj, Costanza Spera

Anima Civica: Riunione della città, appuntamento per il 20 giugno

Anima Civica: riunione della città

L’appuntamento è aperto alla cittadinanza tutta!

Mercoledì 20 giugno ore 21.00

Arena BorgoBello, Teatro di Figura, Via del Cortone

Come sarà la Perugia del futuro? E la comunità che la vive che ruolo avrà nella trasformazione e nell’evoluzione della città?
Anima civica è il segno concreto che senza partecipazione non è possibile nessuna politica di governo, nessun progetto futuro di città. Oggi non esiste più una sola forma della comunicazione con il cittadino. Esiste al contempo un’esigenza di una parte consistente della società, che è quella di riconoscersi in un progetto per la propria comunità che abbia alla base una qualità e dei valori in cui identificarsi. Crediamo che questa necessità debba trovare spazi e visibilità attraverso strumenti differenti di condivisione.
Per questo abbiamo deciso di convocare un’assemblea pubblica per il 20 giugno, data dal forte valore simbolico per la città di Perugia.
Invitiamo la cittadinanza tutta a prendere parte alla riunione della città che si terrà il 20, per dare voce alle proprie aspettative e alla propria visione di città.
Questo spazio è stato creato per dare sostanza ad una idea collettiva di città che si formerà solo nel corso del tempo, con il contributo e la partecipazione di tutti coloro che vorranno sposare questo progetto di comunità e di partecipazione.

L’Università a Perugia

Un’esperienza universitaria non consiste solamente nella frequentazione di lezioni ed esercitazioni e nel sostenere i relativi esami, ma è rappresentata anche dalla possibilità di respirare l’aria di una città, di frequentare i suoi spazi sociali, di percorrere i suoi itinerari urbani, di condividere con i suoi cittadini attività culturali, sportive, politiche, anche attraverso associazioni e organizzazioni universitarie create ad hoc. E’ anche la possibilità di stabilire nuove relazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio paese, mettendo alla prova le proprie capacità di autonomia, di iniziativa, di convivenza.

Può essere, ed è stata per moltissimi, un’esperienza educativa e formativa in un senso globale.

Soprattutto se si è stranieri e si viene in Italia per apprenderne la lingua e con essa acquisire la chiave di ingresso ad una cultura millenaria, che si è espressa in tutti i campi, dall’architettura alla tecnologia, dalla pittura alla letteratura, dalla scultura alla moda, dalla musica all’alimentazione, solo per citarne alcuni.

Per questo molti studenti stranieri sono venuti a Perugia, per seguire i corsi di lingua e di Alta Cultura nel settecentesco palazzo Gallenga, di fronte all’Arco Etrusco, porta d’accesso ad un monumentale centro storico, non lontano da altre emergenze architettoniche ed urbanistiche e con la possibilità di partecipare alle stagioni musicali, teatrali, cinematografiche, folcloriche non solo di Perugia, ma anche di Assisi, di Spoleto, Di Gubbio, di Todi.

Ma soprattutto di sentirsi protagonisti di quel grande spazio sociale che è piazza IV novembre e Corso Vannucci.

Tutto questo nonostante pregiudizi e chiusure di una cittadinanza diffidente e non immediatamente socievole, un’offerta privata di alloggi esosa e bohémien, una carenza grave di servizi specifici per la comunità studentesca, straniera e non, malamente compensata da una miriade di locali per il consumo e lo svago.

Il saldo è stato positivo fino a quando Perugia ha retto sul piano sociale ed economico, quando la crisi globale ha messo in evidenza i limiti di uno sviluppo urbano non giustificato da una vera domanda di insediamento, ma legato solo ed unicamente a fenomeni speculativi e ha prodotto il collasso di interi segmenti produttivi o distributivi o alla loro riallocazione e parallelamente alla scomparsa di elementi simbolici, di modalità di appartenenza, di luoghi sociali, di spazi comuni fruibili e praticabili.

Perugia è stata per molti decenni la sede universitaria più settentrionale del meridione, in grado di attrarre, per mancanza di sedi alternative, studenti dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dal Molise e da regioni confinanti come il Lazio e le Marche. Per non parlare di studenti stranieri, che vedevano nella locale Università per Stranieri, la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana e poter accedere alle facoltà italiane. Oggi sono nate e si sono riqualificate molte università meridionali e l’appeal dell’Università per Stranieri si è notevolmente affievolito, a vantaggio dell’ex Scuola di Lingue e Cultura Italiana per Stranieri di Siena, oggi anch’essa Università e che nell’anno accademico 2016-2017 ha avuto 1940 iscritti. Il corpo docente dell’Università per Stranieri di Perugia non è stato più messo nelle condizioni di garantire qualità e competenze didattiche specifiche per quell’originalissima scuola, di promuovere una offerta formativa specializzata e non allineata, al ribasso, a quella dell’università italiana, a seguito di un reclutamento e di una selezione dei docenti sulla base del merito e delle competenze e della certezza di una carriera che vedeva nel precariato solo il gradino iniziale.

Non ha aiutato l’Università di Perugia la scelta di disseminare molti corsi universitari in alcune città dell’Umbria, perché ha comportato, quasi sempre, la dequalificazione dell’offerta accademica e della qualità degli studi. Ma soprattutto questo ha comportato la rottura tra città e Università, la divaricazione non tanto di sedi didattiche, ma di destini, di finalità, di complementarietà. In nome di una autonomia, legittima e necessaria, l’Università degli Studi ha perseguito degli obiettivi, ad esempio sul terreno dello sviluppo edilizio e della ricerca scientifica, del tutto avulsi da una programmazione condivisa con la città e coerente con i principi di priorità e necessità.

Le Università di Perugia potranno riprendersi dalla loro crisi solo se la città si riprenderà dalla sua, e solo se lo faranno tutte insieme.

di Marcello Catanelli

Il Turreno, e non solo, per ricostruire la bellezza di Perugia

Verso un terreno comune da cui partire

La nostra proposta per il Turreno s’inserisce in un progetto per il futuro di Perugia. Ripensando al ruolo della cultura nella città non possiamo non porci alcune domande. Cosa sarà Perugia nei prossimi anni? C’è una riflessione sul futuro della città? Delle proposte, delle scelte, un progetto per Perugia? Noi abbiamo una visione della Perugia del futuro che si basa su due concetti chiave: ricostruzione e rigenerazione.

Ancora Perugia viene vissuta nell’immaginario collettivo come una città in decadenza, anche a causa della vasta campagna d’informazione nazionale e internazionale, portata avanti per anni, che ha dipinto Perugia come città del vizio, poco sicura, persa. Ormai si ha la sensazione di vivere in una città triste, morta. Ci vorrà del tempo per tornare alla Perugia tranquilla, viva, colta e creativa, e per esaltare la sua bellezza. È un lavoro lungo e difficile. Per questo, per curare le ferite dell’anima collettiva e individuale, al centro di un progetto per il futuro deve esserci il concetto di ricostruzione. Ricostruzione dell’identità della città, dei suoi valori fondanti, del senso di comunità e di appartenenza. Gli assi fondamentali del nuovo inizio per ricostruire la bellezza di Perugia saranno tre: valorizzazione delle istituzioni culturali (le due Università, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio), che costituiscono un’eccellenza per la regione; mettere in rete e promuovere la cultura con le grandi manifestazioni, il turismo con gli eventi di carattere nazionalpopolare e i beni culturali con il ruolo strategico della Galleria Nazionale e del sistema museale; creare le condizioni culturali, sociali, economiche affinché Perugia possa candidarsi credibilmente a capitale dell’Italia di mezzo.

Se c’è la volontà di lavorare su questo progetto, è da questi punti di riferimento che si pongono le basi per la rigenerazione. Una rigenerazione che passa innanzitutto dagli spazi per la cultura: superando la concezione di tanti poli isolati, proponiamo un’agorà della cultura che metta in rete Turreno, Morlacchi, Pavone, Santa Giuliana, Frontone, Lilli, fino al Lyryck, senza dimenticare gli spazi decisivi che presto si libereranno negli edifici della Biblioteca Augusta e della clinica di Porta Sole. La creazione della cittadella giudiziaria presso le strutture dell’ex carcere di Piazza Partigiani metterebbe a disposizione il Palazzo del Capitano del Popolo in Piazza Matteotti, che potrebbe essere trasformato in uno spazio per l’arte, con la creazione di gallerie espositive, ed entrare così in sinergia con quella struttura dedicata all’arte contemporanea che vorremmo nascesse a San Francesco al Prato.

Questa grande iniziativa ci permetterebbe di cambiare strada, di orientarci verso una città cosmopolita, europea, internazionale, in grado di potenziare al massimo la sua bellezza. In questa visione s’inserisce la questione Turreno. Tra le città europee, ci sono precedenti illustri di ricostruzione della propria identità scommettendo sul futuro mettendo insieme le energie collettive e ricostruito un senso collettivo di comunità. Penso a Bilbao, emersa dalla grave crisi economica e ora sede del Museo Guggenheim, a Manchester, città operaia messa in ginocchio dalla fine dell’industria tessile e risorta grazie al recupero dell’archeologia industriale e diventata una delle capitali mondiali della musica contemporanea, a Lille, talmente cambiata negli ultimi anni da diventare un polo universitario eccellente (con i suoi 110.000 iscritti) e capitale europea della cultura nel 2004. Questa è la sfida che proponiamo, guardando al bene comune e all’interesse generale, che per noi è da sempre lo sviluppo e il futuro di Perugia. Insieme possiamo farcela. Cerchiamo un terreno comune da cui partire, il resto sono dettagli.

di Virgilio Ambroglini

Lettera aperta: la nostra Fontana Maggiore

La Fontana Maggiore e la cura del Sidol.

G.le Dottoressa Marica Mercalli, Direttore della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

Lavorando in centro, da mesi guardo con interesse la nuova istallazione realizzata sulla Fontana Maggiore. La pregevole opera di natura post moderna, suppongo, ha in sé vantaggi che non esito a definire geniali. In epoca di lotta agli sprechi aver già realizzato parte consistente degli addobbi per il prossimo Natale è certamente un vantaggio non da poco. Mi riferisco in particolare alla colorazione della Ninfa Trasimena che i perugini delle varie generazioni hanno conosciuto sempre di color bronzo e che la sua illuminata concezione delle opere d’arte della nostra città ha trasformato in oro. Sono certo che tale pezzo, pregevole con certezza, proviene dalla mostra “ Treasure from Wreck”, recentemente presentata a Venezia, opera di uno dei più geniali e discussi artisti della nostra contemporaneità: Damien Hirst.

La mostra, a Venezia, era un racconto immaginario di pezzi falsi riportati alla luce da un immaginario cercatore di antichità e di rarità dal passato. Quanto ritrovato in fondo al mare proveniva da una nave destinata a un “liberto” che doveva offrire il tesoro al tempio del Dio Sole.  A metà della imponente mostra il visitatore scorge tra le statue di Afrodite, di Ishtar e corredi regali in oro, la statua di Topolino: un modo per affermare l’autenticità del falso nell’epoca moderna, nobilitata da un uso straordinario dello storytelling audio visuale del finto ritrovamento della nave “Unbelievable”. Portare a Perugia tale rilevante pezzo proveniente da una mostra che ha avuto migliaia di visitatori e poterlo ammirare ogni giorno della settimana, non ha prezzo. Di certo il suo lavoro di Direttore è prezioso in una città spesso ancorata a una riproduzione di maniera e a volte, almeno una all’anno, di solito a Giugno, del tutto posticcia. Quindi Perugia passa dal triste bronzo all’esaltante oro.

Se Rodolfo II d’Asburgo, fosse riuscito così facilmente in una simile trasformazione con i migliori alchimisti di tutta la sua epoca in tale impresa, oggi avremmo una un’altra Europa. Ma quella era un’altra epoca.

Perugia è una città che in buona parte vive di turismo culturale, nonostante quest’apparente ovvietà sia oggi considerata quasi una bestialità. Il suo landmark è proprio la Fontana Maggiore e quindi ci permetterà di essere incuriositi dal perdurare da mesi della trasmutazione del bronzo in oro. Purtroppo noi non siamo come Rodolfo II e non siamo posseduti dalla ricerca d’improbabili tesori o dall’ossessione della predizione del futuro. La Fontana Maggiore è il simbolo della nostra comunità, la visualizzazione della nostra identità collettiva. Lei che è arrivata da noi recentemente, non ha certo vissuto il restauro di questo monumento che fu trasformato in un’esperienza collettiva, assumendo il carattere di una straordinaria opera di foudraising popolare, come si direbbe oggi. Per anni alle coppie che si sposavano in Comune veniva donata dalla Amministrazione Comunale una stampa che riproduceva le formelle della Fontana, ma quella era un’altra epoca. Un tempo in cui i simboli erano quelli che la storia ci aveva consegnato e non delle invenzioni da sceneggiato di quarta classe. Capirà quindi che ci sono dei cittadini che guardando il monumento ogni giorno si domandano che fine farà. Noi, poveri cittadini, ci facciamo questa domanda che certo non sentiamo aleggiare in nessuna delle Istituzioni, nessuna.

Oggi più materialmente siamo qui a parlare di landmark, di turismo culturale e non essendoci né Istituzioni locali, né storici dell’arte che s’indignano o plaudono alla sua istallazione forse è arrivato il momento di fare una proposta. Eccola.

Dopo il prossimo Natale, con comodo e calma, naturalmente seguendo i consueti ritmi mediterranei della Soprintendenza, perché non provate a ripristinate il colore originale ? Magari, questa volta, cercando di non sbagliare il negozio dove acquistare i prodotti per la ripulitura. Intanto, per avvantaggiarci, visti i tempi di reazione, a un suo cenno siamo pronti in molti a procedere alla raccolta di fondi per andare in un negozio “fai da te” per cercare il “Sidol” di una volta, pare che faccia ancora miracoli. Per le superfici da lucidare in ottone che da lontano può anche sembrare oro.

di Giovanni Tarpani