Il Turreno, e non solo, per ricostruire la bellezza di Perugia

Verso un terreno comune da cui partire

La nostra proposta per il Turreno s’inserisce in un progetto per il futuro di Perugia. Ripensando al ruolo della cultura nella città non possiamo non porci alcune domande. Cosa sarà Perugia nei prossimi anni? C’è una riflessione sul futuro della città? Delle proposte, delle scelte, un progetto per Perugia? Noi abbiamo una visione della Perugia del futuro che si basa su due concetti chiave: ricostruzione e rigenerazione.

Ancora Perugia viene vissuta nell’immaginario collettivo come una città in decadenza, anche a causa della vasta campagna d’informazione nazionale e internazionale, portata avanti per anni, che ha dipinto Perugia come città del vizio, poco sicura, persa. Ormai si ha la sensazione di vivere in una città triste, morta. Ci vorrà del tempo per tornare alla Perugia tranquilla, viva, colta e creativa, e per esaltare la sua bellezza. È un lavoro lungo e difficile. Per questo, per curare le ferite dell’anima collettiva e individuale, al centro di un progetto per il futuro deve esserci il concetto di ricostruzione. Ricostruzione dell’identità della città, dei suoi valori fondanti, del senso di comunità e di appartenenza. Gli assi fondamentali del nuovo inizio per ricostruire la bellezza di Perugia saranno tre: valorizzazione delle istituzioni culturali (le due Università, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio), che costituiscono un’eccellenza per la regione; mettere in rete e promuovere la cultura con le grandi manifestazioni, il turismo con gli eventi di carattere nazionalpopolare e i beni culturali con il ruolo strategico della Galleria Nazionale e del sistema museale; creare le condizioni culturali, sociali, economiche affinché Perugia possa candidarsi credibilmente a capitale dell’Italia di mezzo.

Se c’è la volontà di lavorare su questo progetto, è da questi punti di riferimento che si pongono le basi per la rigenerazione. Una rigenerazione che passa innanzitutto dagli spazi per la cultura: superando la concezione di tanti poli isolati, proponiamo un’agorà della cultura che metta in rete Turreno, Morlacchi, Pavone, Santa Giuliana, Frontone, Lilli, fino al Lyryck, senza dimenticare gli spazi decisivi che presto si libereranno negli edifici della Biblioteca Augusta e della clinica di Porta Sole. La creazione della cittadella giudiziaria presso le strutture dell’ex carcere di Piazza Partigiani metterebbe a disposizione il Palazzo del Capitano del Popolo in Piazza Matteotti, che potrebbe essere trasformato in uno spazio per l’arte, con la creazione di gallerie espositive, ed entrare così in sinergia con quella struttura dedicata all’arte contemporanea che vorremmo nascesse a San Francesco al Prato.

Questa grande iniziativa ci permetterebbe di cambiare strada, di orientarci verso una città cosmopolita, europea, internazionale, in grado di potenziare al massimo la sua bellezza. In questa visione s’inserisce la questione Turreno. Tra le città europee, ci sono precedenti illustri di ricostruzione della propria identità scommettendo sul futuro mettendo insieme le energie collettive e ricostruito un senso collettivo di comunità. Penso a Bilbao, emersa dalla grave crisi economica e ora sede del Museo Guggenheim, a Manchester, città operaia messa in ginocchio dalla fine dell’industria tessile e risorta grazie al recupero dell’archeologia industriale e diventata una delle capitali mondiali della musica contemporanea, a Lille, talmente cambiata negli ultimi anni da diventare un polo universitario eccellente (con i suoi 110.000 iscritti) e capitale europea della cultura nel 2004. Questa è la sfida che proponiamo, guardando al bene comune e all’interesse generale, che per noi è da sempre lo sviluppo e il futuro di Perugia. Insieme possiamo farcela. Cerchiamo un terreno comune da cui partire, il resto sono dettagli.

di Virgilio Ambroglini

Lettera aperta: la nostra Fontana Maggiore

La Fontana Maggiore e la cura del Sidol.

G.le Dottoressa Marica Mercalli, Direttore della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

Lavorando in centro, da mesi guardo con interesse la nuova istallazione realizzata sulla Fontana Maggiore. La pregevole opera di natura post moderna, suppongo, ha in sé vantaggi che non esito a definire geniali. In epoca di lotta agli sprechi aver già realizzato parte consistente degli addobbi per il prossimo Natale è certamente un vantaggio non da poco. Mi riferisco in particolare alla colorazione della Ninfa Trasimena che i perugini delle varie generazioni hanno conosciuto sempre di color bronzo e che la sua illuminata concezione delle opere d’arte della nostra città ha trasformato in oro. Sono certo che tale pezzo, pregevole con certezza, proviene dalla mostra “ Treasure from Wreck”, recentemente presentata a Venezia, opera di uno dei più geniali e discussi artisti della nostra contemporaneità: Damien Hirst.

La mostra, a Venezia, era un racconto immaginario di pezzi falsi riportati alla luce da un immaginario cercatore di antichità e di rarità dal passato. Quanto ritrovato in fondo al mare proveniva da una nave destinata a un “liberto” che doveva offrire il tesoro al tempio del Dio Sole.  A metà della imponente mostra il visitatore scorge tra le statue di Afrodite, di Ishtar e corredi regali in oro, la statua di Topolino: un modo per affermare l’autenticità del falso nell’epoca moderna, nobilitata da un uso straordinario dello storytelling audio visuale del finto ritrovamento della nave “Unbelievable”. Portare a Perugia tale rilevante pezzo proveniente da una mostra che ha avuto migliaia di visitatori e poterlo ammirare ogni giorno della settimana, non ha prezzo. Di certo il suo lavoro di Direttore è prezioso in una città spesso ancorata a una riproduzione di maniera e a volte, almeno una all’anno, di solito a Giugno, del tutto posticcia. Quindi Perugia passa dal triste bronzo all’esaltante oro.

Se Rodolfo II d’Asburgo, fosse riuscito così facilmente in una simile trasformazione con i migliori alchimisti di tutta la sua epoca in tale impresa, oggi avremmo una un’altra Europa. Ma quella era un’altra epoca.

Perugia è una città che in buona parte vive di turismo culturale, nonostante quest’apparente ovvietà sia oggi considerata quasi una bestialità. Il suo landmark è proprio la Fontana Maggiore e quindi ci permetterà di essere incuriositi dal perdurare da mesi della trasmutazione del bronzo in oro. Purtroppo noi non siamo come Rodolfo II e non siamo posseduti dalla ricerca d’improbabili tesori o dall’ossessione della predizione del futuro. La Fontana Maggiore è il simbolo della nostra comunità, la visualizzazione della nostra identità collettiva. Lei che è arrivata da noi recentemente, non ha certo vissuto il restauro di questo monumento che fu trasformato in un’esperienza collettiva, assumendo il carattere di una straordinaria opera di foudraising popolare, come si direbbe oggi. Per anni alle coppie che si sposavano in Comune veniva donata dalla Amministrazione Comunale una stampa che riproduceva le formelle della Fontana, ma quella era un’altra epoca. Un tempo in cui i simboli erano quelli che la storia ci aveva consegnato e non delle invenzioni da sceneggiato di quarta classe. Capirà quindi che ci sono dei cittadini che guardando il monumento ogni giorno si domandano che fine farà. Noi, poveri cittadini, ci facciamo questa domanda che certo non sentiamo aleggiare in nessuna delle Istituzioni, nessuna.

Oggi più materialmente siamo qui a parlare di landmark, di turismo culturale e non essendoci né Istituzioni locali, né storici dell’arte che s’indignano o plaudono alla sua istallazione forse è arrivato il momento di fare una proposta. Eccola.

Dopo il prossimo Natale, con comodo e calma, naturalmente seguendo i consueti ritmi mediterranei della Soprintendenza, perché non provate a ripristinate il colore originale ? Magari, questa volta, cercando di non sbagliare il negozio dove acquistare i prodotti per la ripulitura. Intanto, per avvantaggiarci, visti i tempi di reazione, a un suo cenno siamo pronti in molti a procedere alla raccolta di fondi per andare in un negozio “fai da te” per cercare il “Sidol” di una volta, pare che faccia ancora miracoli. Per le superfici da lucidare in ottone che da lontano può anche sembrare oro.

di Giovanni Tarpani

Visione e condivisione: dal Turreno agli “arconi”, il silenzio su Perugia

Non vogliamo entrare nel merito burocratico – istituzionale del rapporto tra Comune e Regione Umbria in merito alla vicenda del recupero del Teatro Turreno. Quello che preme alla cittadinanza non è conoscere l’iter, le dinamiche tecniche o i cavilli tutti interni alle amministrazioni, la cittadinanza rivendica a gran voce ormai da tempo, che siano resi noti i progetti, i soggetti responsabili, il destino concreto di spazi quali il Turreno, la biblioteca degli Arconi, il Mercato coperto, essenziali non in modo fine a se stesso o come baluardi di una Perugia che fu, ma per la vita di un centro storico partecipato nel presente e proteso verso il futuro.

Vogliamo riportare l’attenzione sul silenzio dell’amministrazione cittadina che, pur replicando prontamente e puntualmente attraverso un profilo Facebook, continua a non pronunciarsi in modo ufficiale e organico su quella “visione” della città su cui tante volte gli abitanti l’hanno interpellata. E si protrae il silenzio, questo non solo simbolico ma verificato, del sindaco. Gentilezza ed educazione sono qualità indubbie del primo cittadino, ma vorremmo finalmente sapere come la vede il sindaco, questa Perugia del nuovo Turreno, del nuovo Mercato coperto, degli spazi strategici, della nuova agorà. Nel delineare il progetto sul Turreno, stando alle sporadiche comunicazioni che trapelano dai palazzi, sembra che la capienza sia stata ridotta rispetto ai numeri di cui la cittadinanza aveva discusso. Nuovi elementi architettonici si aggiungono al cantiere della biblioteca degli Arconi, dopo assemblee pubbliche e sottoscrizioni. Si apprende in questi giorni che i lavori sul Mercato coperto saranno pronti entro luglio e ne siamo contenti, se non fosse per la drammatica scarsità di informazioni sul progetto, sullo sviluppo e sull’esito futuro di questi stessi lavori. La cittadinanza si muove, si incontra, discute su strutture e spazi destinati a trasformare il volto di Perugia: non mettiamo in dubbio che l’amministrazione comunale lavori, ma di questo lavoro si sa ben poco.

Rivendichiamo una condivisione sul futuro della città che non sia solo quella dei post: è molto triste che il dibattito politico su questioni centrali quali l’assetto di Perugia sia confinato al “portierato digitale”tipico dell’uso più immediato dei social network. La modernità è straordinaria, ma è l’uso che se ne fa a determinarne la fisionomia. Non torniamo sul Turreno come pretesto per una vuota e sterile polemica, accodandoci allo scambio di post tra amministratori.

L’identità della città.

 

 

Perugia da secoli ma specialmente in epoche recenti, ha una forte caratterizzazione internazionale. Questo carattere è oggi in forte ombra e contribuisce a dare a Perugia una natura di piccola città provinciale.

Senza scorrere troppo indietro nel tempo, dal 1961 quando Aldo Capitini promosse la prima Marcia Perugia – Assisi, la città è stata sempre percepita come il luogo in cui ci si sforzava di creare unitariamente, le proposte e le azioni per rafforzare la pace come valore universale. Una qualità che ne rafforzava il senso di apertura e d’internazionalità per superare le rigidità della divisione in blocchi contrapposti che hanno caratterizzato molte stagioni del passato. Questa idea è stata poi mantenuta e ampliata nelle edizioni successive della Marcia Perugia mantenendo intatta l’ispirazione iniziale. Uomini e donne hanno marciato insieme per affermare un valore e non certo per costruire una società chiusa e sorda ai pericoli della guerra.

Dopo il colpo di stato in Grecia e in Cile, Perugia ospitò tantissimi esuli e perseguitati da quei regimi autoritari, molti dei quali hanno contributo alla crescita culturale della città in un rapporto di scambio e di crescita civile comune. Voglio anche ricordare come la terrazza esterna della Sala dei Notari ha visto l’unico discorso di piazza in Europa di Yasser Arafat contribuendo a dare il senso di una comunità aperta alle sensibilità che attraversano il mondo medio orientale.

La diffusa percezione che ogni qualvolta la pace nel mondo fosse una cosa che ci riguardava tutti è stata testimoniata dalla azione e impegno istituzionale, di tutti gli Enti Locali della nostra terra a partire proprio dalla città di Perugia. Un’attività che ha legato la comunità e le sue Istituzioni a una visione partecipata dei destini collettivi della umanità.

Perugia e l’Umbria dovrebbero reagire a un impoverimento culturale e civile che denota il silenzio sugli accadimenti nel mondo di questi anni. Il terrorismo, le nuove guerre, non può essere altra cosa dal destino individuale di ognuno di noi.

Anima Civica dovrebbe impegnarsi perché la nostra città recuperi il ruolo positivo e importante nella formazione e nella affermazione di una comunità inclusiva e solidale non più dominata dalla paura e dalla chiusura.

Renzo Patumi

Perugia, 18 maggio

Perugia è ancora una città industriale?

Il distretto industriale perugino, che comprende anche Corciano, Deruta e Torgiano, si afferma nel corso degli anni sessanta del Novecento, frutto di una serie di esperienze imprenditoriali che avevano portato all’affermazione di marchi di grande prestigio nazionale e internazionale. Per citarne alcuni: Perugina, Spagnoli, IGI, Ellesse, Ciai, Lungarotti, Dominici.

La Perugina è stata il volano di questo distretto, in quanto disponeva di una struttura con elevata capacità tecnologica, con procedure amministrative innovative e formative, in grado di riprodurre nuove esperienze d’impresa ed anche pratiche di democrazia maturate all’epoca del passaggio dalle commissioni interne ai consigli di fabbrica. Si può legittimamente parlare di una cultura industriale che portava le aziende anche ad interloquire, con un dialogo continuo e costante, con amministratori comunali e regionali, fino al punto che molte scelte imprenditoriali si intersecavano spesso con la pianificazione regionale.

Questa cultura si materializza in valorizzazione delle capacità imprenditoriali, ricerca e innovazione nell’ambito produttivo, selezione di un ceto manageriale, crescita delle competenze e capacità operaie, certezza occupazionale e con essa redditi e profitti.

Questa cultura, che è un insieme di valori, di atteggiamenti e di comportamenti collettivi, entra in crisi a metà degli anni settanta del Novecento, per l’impennata dei prezzi del petrolio con conseguente inflazione, e perdita di dinamicità del mercato.

Nel caso della Perugina l’azienda è sovradimensionata per il mercato italiano e inadeguata per il mercato internazionale e dopo varie operazioni finanziarie, commerciali e industriali è venduta alla Cir di De Benedetti nell’aprile 1985. Non è ancora la fase del passaggio di proprietà di molte imprese a multinazionali, che non hanno nel loro core business la condivisione di una cultura industriale e con una indubbia capacità di ricatto nei confronti degli amministratori regionali e comunali, ma è un tentativo di rilancio non solo della Perugina (che si chiama ora IBP) ma dell’intero distretto, perché è la premessa di un grande progetto industriale, la creazione del più grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere, unificando IBP e SME (il polo alimentare pubblico). L’opposizione politica di Bettino Craxi e degli altri gruppi alimentari italiani e il mancato intervento dell’Iri, allora amministrata da Romano Prodi, decretano non solo il fallimento dell’operazione (vendita alla Nestlè nel 1988), ma l’inizio di una fase di declino dell’intero distretto industriale perugino, che vede trasferimenti di proprietà, ridimensionamento dei piani industriali, riduzione drastica degli occupati. Parallelo, e non a caso, lo scadimento del ceto politico amministrativo, non più stimolato e messo alla prova dall’iniziativa imprenditoriale, dalla capacità manageriale, dalla conflittualità operaia.

Oggi l’attività manifatturiera è ancora di alcune migliaia di imprese ma per la quasi totalità di piccole dimensioni (fino a 9 addetti) mentre sono solo cinque le aziende che contano più di 250 lavoratori, tra cui la Perugina, che ne conta settecento. Ma al di là dei dati quantitativi c’è un altro dato significativo: una alta percentuale della forza lavoro rientra nella categorie del lavoro somministrato, del lavoro occasionale e delle collaborazioni coordinate a progetto (cocopro). Persone tra i 35 e i 40 anni, con salari inferiori a quelli dei contratti a tempo determinato e indeterminato, molti assunti da agenzie che poi li smistano, sulla base della domanda, alle diverse aziende, per periodi più o meno lunghi.

Lavoro precario, proprietà lontane e mercati lontani, subalternità degli amministratori pubblici alle élite economiche e culturali, fanno sperare per il futuro?

(Marcello Catanelli 8 maggio 2018)