Perugia è ancora una città industriale?

Il distretto industriale perugino, che comprende anche Corciano, Deruta e Torgiano, si afferma nel corso degli anni sessanta del Novecento, frutto di una serie di esperienze imprenditoriali che avevano portato all’affermazione di marchi di grande prestigio nazionale e internazionale. Per citarne alcuni: Perugina, Spagnoli, IGI, Ellesse, Ciai, Lungarotti, Dominici.

La Perugina è stata il volano di questo distretto, in quanto disponeva di una struttura con elevata capacità tecnologica, con procedure amministrative innovative e formative, in grado di riprodurre nuove esperienze d’impresa ed anche pratiche di democrazia maturate all’epoca del passaggio dalle commissioni interne ai consigli di fabbrica. Si può legittimamente parlare di una cultura industriale che portava le aziende anche ad interloquire, con un dialogo continuo e costante, con amministratori comunali e regionali, fino al punto che molte scelte imprenditoriali si intersecavano spesso con la pianificazione regionale.

Questa cultura si materializza in valorizzazione delle capacità imprenditoriali, ricerca e innovazione nell’ambito produttivo, selezione di un ceto manageriale, crescita delle competenze e capacità operaie, certezza occupazionale e con essa redditi e profitti.

Questa cultura, che è un insieme di valori, di atteggiamenti e di comportamenti collettivi, entra in crisi a metà degli anni settanta del Novecento, per l’impennata dei prezzi del petrolio con conseguente inflazione, e perdita di dinamicità del mercato.

Nel caso della Perugina l’azienda è sovradimensionata per il mercato italiano e inadeguata per il mercato internazionale e dopo varie operazioni finanziarie, commerciali e industriali è venduta alla Cir di De Benedetti nell’aprile 1985. Non è ancora la fase del passaggio di proprietà di molte imprese a multinazionali, che non hanno nel loro core business la condivisione di una cultura industriale e con una indubbia capacità di ricatto nei confronti degli amministratori regionali e comunali, ma è un tentativo di rilancio non solo della Perugina (che si chiama ora IBP) ma dell’intero distretto, perché è la premessa di un grande progetto industriale, la creazione del più grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere, unificando IBP e SME (il polo alimentare pubblico). L’opposizione politica di Bettino Craxi e degli altri gruppi alimentari italiani e il mancato intervento dell’Iri, allora amministrata da Romano Prodi, decretano non solo il fallimento dell’operazione (vendita alla Nestlè nel 1988), ma l’inizio di una fase di declino dell’intero distretto industriale perugino, che vede trasferimenti di proprietà, ridimensionamento dei piani industriali, riduzione drastica degli occupati. Parallelo, e non a caso, lo scadimento del ceto politico amministrativo, non più stimolato e messo alla prova dall’iniziativa imprenditoriale, dalla capacità manageriale, dalla conflittualità operaia.

Oggi l’attività manifatturiera è ancora di alcune migliaia di imprese ma per la quasi totalità di piccole dimensioni (fino a 9 addetti) mentre sono solo cinque le aziende che contano più di 250 lavoratori, tra cui la Perugina, che ne conta settecento. Ma al di là dei dati quantitativi c’è un altro dato significativo: una alta percentuale della forza lavoro rientra nella categorie del lavoro somministrato, del lavoro occasionale e delle collaborazioni coordinate a progetto (cocopro). Persone tra i 35 e i 40 anni, con salari inferiori a quelli dei contratti a tempo determinato e indeterminato, molti assunti da agenzie che poi li smistano, sulla base della domanda, alle diverse aziende, per periodi più o meno lunghi.

Lavoro precario, proprietà lontane e mercati lontani, subalternità degli amministratori pubblici alle élite economiche e culturali, fanno sperare per il futuro?

(Marcello Catanelli 8 maggio 2018)

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