Umbria Jazz: Pagnotta e non brioches.

Umbria Jazz 2018 si è chiusa con un successo di pubblico e di critica. Direbbero i cronisti. Chi cronista non è, nota altri fattori che danno una luce differente ad un festival che è parte dell’identità generale dell’Umbria e in particolare di Perugia e di Orvieto. Senza ripercorrere una vicenda che oramai è diventata a pieno titolo leggenda, in virtù dell’essere storia collettiva di diverse generazioni, non è male ripetere l’assunto iniziale che ha generato Umbria Jazz. Mettere nelle piazze storiche dell’Umbria un evento con caratteristiche internazionali per il genere artistico che proponeva. L’intento è sempre stato quello di promuovere una terra non soltanto per scopi turistici, ma anche di offrire un’idea per la crescita della sua comunità in una chiave aperta a culture molto caratterizzate da valori universali. Da quella base di partenza, che fu rimodulata e resa attuale negli anni ottanta, non senza conflitti, sacrifici e successi, si è arrivati oggi in un ambiente profondamente mutato. Le ragioni del punto di arrivo attuale sono varie ma chi ha vissuto stagioni temporalmente differenti sa perfettamente che oggi manca una visione e una guida sulla gestione delle attività culturali in generale. Il passaggio positivo avvenne negli anni ottanta, dopo la fase di avvio degli anni settanta caratterizzati da luci e ombre. La strutturazione della manifestazione come un’esperienza innovativa dell’industria culturale italiana, la sua organizzazione e la capacità di stare sul mercato delle sponsorizzazioni private, erano il derivato di scelte istituzionali che univano il senso dello spettacolo, lo spessore culturale di carattere internazionale con politiche che davano alla comunità umbra il senso di un’utilità generale di Umbria Jazz. Oggi questa mancanza di visione non può essere scambiata con un pass da esibire al collo dieci giorni l’anno a dei ragazzi in parte remunerati, o con il numero di biglietti venduti. Soprattutto alla presenza di un forte contributo dallo Stato, arrivato inspiegabilmente solo ora, che impone di virare verso una qualificazione delle proposte artistiche e produzione culturale. Senza scadere nel qualunquismo oggi di moda, né nelle semplificazioni da bar, è un fatto oggettivo che l’interesse del sistema politico attuale si concentra su un uso elettoralistico della politica culturale scadendo a volte solo ed esclusivamente sul biglietto omaggio. Fenomeno quest’ultimo non certo locale ma di carattere nazionale di cui i Festival in genere sono più vittime di carnefici. La cultura come struttura del potere e come mera gestione delle relazioni con la comunità è difficile da concepire, lo è tanto più in assenza di una visione che metta insieme le esigenze del mercato con quella dello spessore artistico per “costruire” un pubblico e non fornire dei clienti. Nascono così gli infortuni come quello del concerto dei Chainsmokers, davanti al quale ha giganteggiato la figura di Carlo Pagnotta che ha pubblicamente rivolto le scuse al pubblico per un episodio che chiaramente lo coinvolge molto marginalmente. Per il mondo della cultura, Umbria Jazz non è solo un festival, ha rappresentato sempre un terreno di crescita di associazioni, di tante persone, che hanno saputo poi misurarsi con il mondo uscendo da una scuola fatta di esperienze e di orizzonti internazionali. Parrebbe che oggi questo sia sacrificato in nome della fabbricazione di una rete di relazioni orientate alla sola gestione del piccolo potere individuale. Non si spiegherebbe altrimenti quest’ossessione feticistica, non solo della stampa locale, sulla successione a Carlo Pagnotta di cui la destra è ossessivamente preda da un po’ di tempo. Purtroppo se il modello è Fabrizio Corona e Lele Mora in Piazza a Todi, i Chainsmokers con i loro fuochi di artificio, per non parlare di edizioni primaverili di cui nessuno serba memoria il giorno stesso della inaugurazione, occorre dire solo e forte, lunga vita a Carlo Pagnotta.

Virgilio Ambroglini
Giovanni Tarpani

2 pensieri riguardo “Umbria Jazz: Pagnotta e non brioches.”

  1. Lunga vita a Carlo Pagnotta!!!!
    Condivido le idee di Ambroglini e Tarpani
    Per me UJ è sempre e comunque un gran successo, un momento di cultura e di crescita per la nostra amata Perugia
    Per un pubblico elitario e anche più populista e soprattutto non è mai invasivo del centro storico come altre manifestazioni che porterei altrove!!!

  2. una splendida intensa riflessione che condivido molto! è un punto di vista che può essere fondamentale a costruire una nuova fase della storia di Perugia e dell’Umbria! complimenti….

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