PERUGIA 2019, il sogno di una “capitale culturale” e di un “capitale culturale”

La cultura è una delle principali “anime” di Anima Civica. Uno dei temi sui quali abbiamo da sempre caratterizzato il nostro agire civico. Ecco perché questa riflessione di Fabrizio Croce, storico operato culturale di Perugia e dell’Umbria, ci sembra un ottimo augurio per affrontare il nuovo anno.

PERUGIA 2019, il sogno di una “capitale culturale” e di un “capitale culturale”

di Fabrizio “Fofo” Croce

Con l’arrivo dell’anno nuovo ognuno di noi si sente di esprimere desideri e buoni propositi. Ecco, io spero che chi amministrerà Perugia in futuro saprà assolvere a un onere gravosissimo che può trasformarsi in una straordinaria opportunità per la città e che provo a sintetizzare nel pensiero che segue, sperando così di contribuire ad alzare l’asticella del dibattito che mi sembra arenato in maniera preoccupante sul tema della ZTL: un osservatore esterno si starà probabilmente facendo l’idea che il principale problema dei perugini oggi sia quello di entrare con il SUV dal portone di casa, ovunque esso si trovi e che per il resto già va tutto bene.

Come molti altri, anni fa, mi illusi che Perugia potesse diventare la “Capitale europea della Cultura”, oggi desidererei che riuscisse ad affermarsi come una “capitale culturale”, ma mi accontenterei anche se ognuno di noi cittadini acquisisse la consapevolezza di avere a disposizione un vero e proprio “capitale culturale” e, conseguentemente, il dovere civico di conoscerlo, proteggerlo e promuoverlo all’esterno come fosse suo.

Di questo onere e di questa opportunità parlavo poc’anzi ed ho usato la ripetizione proprio per rafforzare il concetto.

La nostra città dispone di un immenso, sottovalutato e a volte mal segnalato patrimonio di beni artistico-culturali: davvero tutti lo conosciamo, siamo consapevoli delle sue dimensioni e traiamo un reale beneficio dal suo valore?

Da quanti luoghi “nascosti”, chiusi o abbandonati nel degrado siamo circondati senza rendercene conto o conoscerli?

Uno su tutti: l’Oratorio di Sant’Agostino. Quanti perugini possono dire di conoscerlo, averlo visitato o sapere dov’è ?

Ci ha mai spiegato nessuno che i luoghi dove parcheggiamo, abbandoniamo rifiuti, facciamo la pipì, incidiamo un cuore o una svastica sono anche i nostri, potrebbero darci da vivere e dovremmo essere noi i primi a tutelarli?

La città dispone di un immenso patrimonio di eccellenze, competenze e conoscenze in ambito artistico-culturale: davvero non siamo in grado di guardare oltre gli eventi “spot” o le “stagioni” e progettare invece un “sistema-cultura”?

Molte scuole della città dispongono di archivi, gipsoteche, palchi, sale prove per la musica con tutta la strumentazione: non si potrebbero programmare ciclicamente attività, a complemento dell’azione delle Istituzioni culturali più attive, che facciano emergere tali realtà e riescano ad alimentare e valorizzare talenti anziché farli appassire o emigrare?

Fino a dieci anni fa una manifestazione artigianale, di puro servizio e a costo zero come “Musica dalle scuole” ha generato a lungo nei ragazzi e nelle ragazze il gusto di suonare assieme: F.A.S.K. o Vespertina, per citarne due, oggi suonano in tutta Italia e da lì provengono ed hanno tratto lo stimolo. Che aspettiamo a dargli dei “nipotini”?

Ci sono insegnanti apprezzatissimi nelle scuole di ogni ordine e grado del comprensorio che fanno un lavoro oscuro di educazione alla bellezza ed alla sensibilità artistica e culturale, perché non gratificarli al ruolo di consulenti/interlocutori nella programmazione di attività nelle quali l’esperienza sul campo potrebbe valere più dell’oro e nella valorizzazione di strumenti sotto-utilizzati come la alternanza scuola-lavoro o il Bonus-cultura?

Ci sono associazioni culturali, teatrali, circoli letterari, scuole di musica o di danza che svolgono un ruolo formativo fondamentale verso l’acquisizione di una passione per le arti, anche quando non si è di fronte al famigerato X-Factor.

Filippo Timi, Giovanni Guidi, Alice Gosti per dire, da quel mondo vengono. Chi ha contribuito a formarli, secondo voi?

Perché allora tagliarle sistematicamente fuori dalla possibilità di essere in qualche modo coinvolte in una stagione o in un Festival o di vedersi riconosciuto un ruolo di supporto ad Enti troppo spesso frenati da dinamiche aziendalistiche?

Quanto manca a questa città un Centro di Cultura Contemporanea che con costanza faccia da propulsore di idee e passioni, metta in relazione esperienze e saperi e sappia intercettare istanze, bisogni e sogni di una cittadinanza?

Prima di parlare di un Auditorium o di uno spazio da 1000/1500 posti, assolutamente necessario ad una città capoluogo di queste dimensioni, non dovremmo prima pensare a trovare e preparare chi poi lo riempirà?

La politica ha, oggi più che mai,  il dovere e la possibilità di formare il pubblico, le guide, gli artisti del domani.

La politica non può fare impresa, ma può agevolare e supportare chi fa una azione culturale dal basso, chi rischia e investe sul piccolo, favorendo la “bio-diversità culturale” e combattendo l’omologazione dei gusti e delle tendenze.

La politica ha i mezzi per mettere a punto un grande progetto di (ri)educazione civica che parta dal basso, dalle scuole elementari, a salire fino alla Terza età e si ponga obiettivi diversificati ma concreti: nuova segnaletica turistica, cittadini “testimonial della bellezza”, associazioni territoriali depositarie di funzioni, eventi culturali “site specific”, ovvero pensati per un luogo e calati in esso e nelle sue peculiarità, anziché atterrati e ripartiti come un’astronave aliena.

Potrebbe essere questo un “concorso di idee” in grado di coinvolgere università ed accademie, ma anche di intercettare alcune delle tante risorse umane e creative che operano quotidianamente “underground” tra le arti e l’artigianato senza mai avere occasioni concrete per emergere, rendendosi anche utili alla propria città o che attraversano la città durante i grandi eventi (ad esempio il Festival del Giornalismo).

In tale modo, più che con una grande mostra o un Palio, ed a costi più contenuti, ma se possibile senza ricorrere al solo volontariato, si potrebbe ridare un senso di appartenenza ed un’idea di comunità a tutti noi, cittadini nativi o adottati, nobili o proletari,  che le abbiamo rimosse o non le abbiamo mai perseguite per colpa di un individualismo sfrenato e di una praticità promossa a prassi e degenerata ad esempio quotidiano di inciviltà.

Insomma, sogno una Perugia 2019 che si impegni nella “formazione continua” dei suoi cittadini, affiancando, quando serve, la Pubblica istruzione, e torni ad essere un “incubatore” di saperi e di idee quale fu in anni gloriosi e non troppo lontani, anche valorizzando l’iniziativa dei privati, dove non arriva l’azione pubblica, e sgravandola di qualche peso superfluo che alla lunga risulta disincentivante. Non è male come desiderio di fine anno, no?

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