RIUNIONE GRUPPO “CULTURA”, 22 GENNAIO 21.00 UMBRÒ

Dopo il primo incontro tenutosi il 10 dicembre Anima Civica riconvoca la riunione del gruppo Cultura, uno dei cardini del lavoro impostato insieme con l’obiettivo della riconquista della vocazione internazionale di Perugia.

Anima Civica ha scelto di lavorare per gruppi tematici e di aree di residenza. L’idea è quella di riunione gli interessati ad un tema piuttosto che a un quartiere per iniziare a tracciare proposte e criticità insieme. Lavoreremo in ogni gruppo verso la stesura di progetti e per una nuova e diversa visione di città!

Anima Civica riunisce nuovamente il gruppo cultura martedì 22 gennaio alle 21.00 a Umbrò.

Chiunque fosse interessato all’elaborazione del tema è invitato a partecipare!

Per aderire ad Anima Civica, ed inserire i propri ambiti di interesse, compila il form: www.animacivica.it/aderisci

PERUGIA 2019, il sogno di una “capitale culturale” e di un “capitale culturale”

La cultura è una delle principali “anime” di Anima Civica. Uno dei temi sui quali abbiamo da sempre caratterizzato il nostro agire civico. Ecco perché questa riflessione di Fabrizio Croce, storico operato culturale di Perugia e dell’Umbria, ci sembra un ottimo augurio per affrontare il nuovo anno.

PERUGIA 2019, il sogno di una “capitale culturale” e di un “capitale culturale”

di Fabrizio “Fofo” Croce

Con l’arrivo dell’anno nuovo ognuno di noi si sente di esprimere desideri e buoni propositi. Ecco, io spero che chi amministrerà Perugia in futuro saprà assolvere a un onere gravosissimo che può trasformarsi in una straordinaria opportunità per la città e che provo a sintetizzare nel pensiero che segue, sperando così di contribuire ad alzare l’asticella del dibattito che mi sembra arenato in maniera preoccupante sul tema della ZTL: un osservatore esterno si starà probabilmente facendo l’idea che il principale problema dei perugini oggi sia quello di entrare con il SUV dal portone di casa, ovunque esso si trovi e che per il resto già va tutto bene.

Come molti altri, anni fa, mi illusi che Perugia potesse diventare la “Capitale europea della Cultura”, oggi desidererei che riuscisse ad affermarsi come una “capitale culturale”, ma mi accontenterei anche se ognuno di noi cittadini acquisisse la consapevolezza di avere a disposizione un vero e proprio “capitale culturale” e, conseguentemente, il dovere civico di conoscerlo, proteggerlo e promuoverlo all’esterno come fosse suo.

Di questo onere e di questa opportunità parlavo poc’anzi ed ho usato la ripetizione proprio per rafforzare il concetto.

La nostra città dispone di un immenso, sottovalutato e a volte mal segnalato patrimonio di beni artistico-culturali: davvero tutti lo conosciamo, siamo consapevoli delle sue dimensioni e traiamo un reale beneficio dal suo valore?

Da quanti luoghi “nascosti”, chiusi o abbandonati nel degrado siamo circondati senza rendercene conto o conoscerli?

Uno su tutti: l’Oratorio di Sant’Agostino. Quanti perugini possono dire di conoscerlo, averlo visitato o sapere dov’è ?

Ci ha mai spiegato nessuno che i luoghi dove parcheggiamo, abbandoniamo rifiuti, facciamo la pipì, incidiamo un cuore o una svastica sono anche i nostri, potrebbero darci da vivere e dovremmo essere noi i primi a tutelarli?

La città dispone di un immenso patrimonio di eccellenze, competenze e conoscenze in ambito artistico-culturale: davvero non siamo in grado di guardare oltre gli eventi “spot” o le “stagioni” e progettare invece un “sistema-cultura”?

Molte scuole della città dispongono di archivi, gipsoteche, palchi, sale prove per la musica con tutta la strumentazione: non si potrebbero programmare ciclicamente attività, a complemento dell’azione delle Istituzioni culturali più attive, che facciano emergere tali realtà e riescano ad alimentare e valorizzare talenti anziché farli appassire o emigrare?

Fino a dieci anni fa una manifestazione artigianale, di puro servizio e a costo zero come “Musica dalle scuole” ha generato a lungo nei ragazzi e nelle ragazze il gusto di suonare assieme: F.A.S.K. o Vespertina, per citarne due, oggi suonano in tutta Italia e da lì provengono ed hanno tratto lo stimolo. Che aspettiamo a dargli dei “nipotini”?

Ci sono insegnanti apprezzatissimi nelle scuole di ogni ordine e grado del comprensorio che fanno un lavoro oscuro di educazione alla bellezza ed alla sensibilità artistica e culturale, perché non gratificarli al ruolo di consulenti/interlocutori nella programmazione di attività nelle quali l’esperienza sul campo potrebbe valere più dell’oro e nella valorizzazione di strumenti sotto-utilizzati come la alternanza scuola-lavoro o il Bonus-cultura?

Ci sono associazioni culturali, teatrali, circoli letterari, scuole di musica o di danza che svolgono un ruolo formativo fondamentale verso l’acquisizione di una passione per le arti, anche quando non si è di fronte al famigerato X-Factor.

Filippo Timi, Giovanni Guidi, Alice Gosti per dire, da quel mondo vengono. Chi ha contribuito a formarli, secondo voi?

Perché allora tagliarle sistematicamente fuori dalla possibilità di essere in qualche modo coinvolte in una stagione o in un Festival o di vedersi riconosciuto un ruolo di supporto ad Enti troppo spesso frenati da dinamiche aziendalistiche?

Quanto manca a questa città un Centro di Cultura Contemporanea che con costanza faccia da propulsore di idee e passioni, metta in relazione esperienze e saperi e sappia intercettare istanze, bisogni e sogni di una cittadinanza?

Prima di parlare di un Auditorium o di uno spazio da 1000/1500 posti, assolutamente necessario ad una città capoluogo di queste dimensioni, non dovremmo prima pensare a trovare e preparare chi poi lo riempirà?

La politica ha, oggi più che mai,  il dovere e la possibilità di formare il pubblico, le guide, gli artisti del domani.

La politica non può fare impresa, ma può agevolare e supportare chi fa una azione culturale dal basso, chi rischia e investe sul piccolo, favorendo la “bio-diversità culturale” e combattendo l’omologazione dei gusti e delle tendenze.

La politica ha i mezzi per mettere a punto un grande progetto di (ri)educazione civica che parta dal basso, dalle scuole elementari, a salire fino alla Terza età e si ponga obiettivi diversificati ma concreti: nuova segnaletica turistica, cittadini “testimonial della bellezza”, associazioni territoriali depositarie di funzioni, eventi culturali “site specific”, ovvero pensati per un luogo e calati in esso e nelle sue peculiarità, anziché atterrati e ripartiti come un’astronave aliena.

Potrebbe essere questo un “concorso di idee” in grado di coinvolgere università ed accademie, ma anche di intercettare alcune delle tante risorse umane e creative che operano quotidianamente “underground” tra le arti e l’artigianato senza mai avere occasioni concrete per emergere, rendendosi anche utili alla propria città o che attraversano la città durante i grandi eventi (ad esempio il Festival del Giornalismo).

In tale modo, più che con una grande mostra o un Palio, ed a costi più contenuti, ma se possibile senza ricorrere al solo volontariato, si potrebbe ridare un senso di appartenenza ed un’idea di comunità a tutti noi, cittadini nativi o adottati, nobili o proletari,  che le abbiamo rimosse o non le abbiamo mai perseguite per colpa di un individualismo sfrenato e di una praticità promossa a prassi e degenerata ad esempio quotidiano di inciviltà.

Insomma, sogno una Perugia 2019 che si impegni nella “formazione continua” dei suoi cittadini, affiancando, quando serve, la Pubblica istruzione, e torni ad essere un “incubatore” di saperi e di idee quale fu in anni gloriosi e non troppo lontani, anche valorizzando l’iniziativa dei privati, dove non arriva l’azione pubblica, e sgravandola di qualche peso superfluo che alla lunga risulta disincentivante. Non è male come desiderio di fine anno, no?

GRUPPO DI LAVORO SULLA CULTURA – RESOCONTO RIUNIONE 10/12/18

Il 10 dicembre si è tenuto, presso la sala libreria di Umbrò a Perugia, il primo incontro del gruppo cultura di Anima Civica. Come esplicitato in apertura dei lavori, parlare di “cultura” significa toccare il 90% delle azioni di un’amministrazione; le politiche della cultura, infatti, si innestano strutturalmente nella relazione tra enti e istituti di formazione: è possibile, dunque, ricostruire una relazione costruttiva, capace di produrre un sapere “territoriale”?

Le politiche culturali non possono essere ricondotte all’associazionismo o agli eventi in quanto tali, ma richiedono l’assunzione di un orizzonte di visione più ampio. È necessario che Perugia riconquisti uno slancio internazionale e che, allo stesso tempo, si apra una riflessione sui modelli urbanistici e architettonici: Perugia ha bisogno di un “costruire” di qualità, che la riporti al centro della riflessione internazionale sugli spazi.

Sulla scia di queste sollecitazioni preliminari, è emerso un primo stimolo che guarda al futuro: poiché le città non nascono con una vocazione, ma sono le persone che “vocano” i territori e le città, cosa sarà Perugia nei prossimi anni? Cosa vogliamo che Perugia diventi?

Il caso di Perugia 1416 – il cui aspetto più problematico risulta essere la destinazione quasi esclusiva dei fondi comunali per la cultura alla rievocazione storica – getta un allarme sulla tendenza all’irrigidimento sul passato, che oggi sembra affliggere Perugia e a cui si intende proporre l’innovazione come prospettiva alternativa. La cultura, infatti, non deve essere solo conservazione del patrimonio, ma soprattutto motore economico della città. Stando a quanto evidenziato dalla riflessione collettiva, una manifestazione come Perugia 1416 si ferma al lato ludico e ricreativo dell’esperienza culturale, rivolgendosi a un target di pubblico che è abitualmente marginalizzato rispetto a eventi dedicati a contenuti specifici, come ad esempio il Festival del Giornalismo. Pertanto, affinché non sia solo la formula immediata della rievocazione storica a far presa sulla maggioranza della popolazione, è necessario ripensare le strategie di comunicazione della cultura al fine di raggiungere tutte le fasce della popolazione, stranieri compresi, e ri-creare l’identità della città.

In questa prospettiva, si è imposta come esigenza la riscoperta degli istituti di formazione di Perugia, contrastando la tendenza alla chiusura che sembra interessarli. È indispensabile lavorare sulla percezione di una città che non “sente” come propri gli istituti di formazione e, parallelamente, analizzare il fenomeno per cui gli studenti, che dovrebbero essere protagonisti dello scenario culturale perugino, al contrario non si sentono parte della civitas.

Alcuni esponenti del mondo studentesco, che hanno preso parte alla riunione, hanno evidenziato una percezione di scollamento tra gli argomenti oggetto di studio e la cultura intesa in senso più ampio, lamentando una visione riduttiva del percorso universitario come “ufficio di collocamento”. È inoltre emerso che, dopo le scuole superiori, molti studenti perugini non scelgono di rimanere a Perugia e preferiscono proseguire altrove i propri studi. Il timore espresso dagli studenti è che l’Università degli Studi di Perugia dia per scontato che i ragazzi originari della città decidano di restare e diventare studenti Unipg.  Come coinvolgere nella vita culturale cittadina anche gli studenti, spesso nemmeno raggiunti dagli eventi culturali? La proposta emersa durante l’incontro del 10 dicembre è quella di far diventare la scuola e l’università degli spazi aperti, per facilitare l’accesso dei giovani alla cultura e creare un’identità cittadina, che prenda avvio dai giovani come protagonisti del mondo culturale. Serve un maggior collegamento tra gli istituti di formazione della città a tutti i livelli, deve nascere uno scambio e un confronto continuo tra questi luoghi.

Uno dei temi prioritari che sono emersi dall’incontro è quello degli spazi e del territorio: da una parte, si è concordato sulla necessità di far “uscire” le manifestazioni culturali oltre le mura del centro storico, per penetrare nei quartieri e rispondere alle esigenze reali anche con la cultura; dall’altra parte, si è riscontrato che, oltre il perimetro cittadino, non c’è altro spazio eccetto il teatro Brecht. Non è un caso se il quarto palazzo progettato da Aldo Rossi in Piazza del Bacio avrebbe dovuto essere un teatro, pensato per richiamare tutta quella parte di cittadinanza che non afferiva al centro storico.

Il problema degli spazi della cultura richiama la questione dell’accessibilità: è stata riscontrata, soprattutto all’interno dei quartieri limitrofi al centro, una mancanza di comunicazione e quindi consapevolezza delle opportunità culturali e degli spazi che le ospitano. Per l’immediato futuro di Perugia, quindi, è necessario assicurarsi che l’informazione arrivi nelle case delle persone, soprattutto di quei soggetti non radicati nella città, come studenti fuori sede, stranieri, migranti.

Al fine di ricucire una città lacerata, dalle periferie più lontane ai quartieri che fiancheggiano le mura storiche, si è proposto un progetto culturale che parta dalle più estreme propaggini del territorio comunale e, passando dalle aree periferiche più interne, arrivi fino al centro storico.

In ultima analisi, l’istanza primaria individuata dal gruppo cultura è costruire un’idea programmatica per il futuro della città, riappropriandosi di un senso di progresso: ciò che determina la crescita di una comunità è la sua proiezione futura, è sull’idea di futuro che una città fonda la sua identità. Alla luce di questa prospettiva, sono state innanzitutto evidenziate alcune criticità del presente, che possono essere così riassunte: come devono essere spese le risorse? Qual è il ruolo legittimo delle fondazioni bancarie nella promozione culturale? La sostituzione della parola “cultura” con la parola “bellezza” non rischia di far perdere alla cultura il suo ruolo essenziale nella formazione civica della città, in favore di una curvatura estetica?

Gli interventi che si sono avvicendati durante l’incontro possono essere sintetizzati da alcune parole chiave, dalla co-creazione alla multidisciplinarietà, dall’elaborazione collettiva al pensiero di città, dalla diversità come valore all’accessibilità, fino all’internazionalizzazione, nella prospettiva di fare di Perugia “capitale permanente della cultura”.

Al termine della riunione si è deciso che il gruppo si riunirà nuovamente nei primi giorni del nuovo anno per portare a termine alcune riflessioni e continuare il percorso avviato.

di Angela Giorgi

Riunione Gruppo “Cultura”, 10 dicembre 21.00 Umbrò

La cultura, sin dai suoi primi passi, è stata uno dei cardini del lavoro di Anima Civica. Riteniamo che la costruzione di politiche culturali, tanto sui beni materiali quanto su quelli immateriali, sia alla base della ripresa di Perugia verso la rinconquista della sua vocazione internazionale.

Anima Civica ha scelto di lavorare per gruppi tematici e di aree di residenza. L’idea è quella di riunione gli interessati ad un tema piuttosto che a un quartiere per iniziare a tracciare proposte e criticità insieme. Lavoreremo in ogni gruppo verso la stesura di progetti e per una nuova e diversa visione di città!

Anima Civica riunisce il gruppo cultura lunedì 10 dicembre alle 21.00 a Umbrò.

Chiunque fosse interessato all’elaborazione del tema in è invitato a partecipare!

Per aderire ad Anima Civica, ed inserire i propri ambiti di interesse, compila il form: www.animacivica.it/aderisci

 

Umbria Jazz: Pagnotta e non brioches.

Umbria Jazz 2018 si è chiusa con un successo di pubblico e di critica. Direbbero i cronisti. Chi cronista non è, nota altri fattori che danno una luce differente ad un festival che è parte dell’identità generale dell’Umbria e in particolare di Perugia e di Orvieto. Senza ripercorrere una vicenda che oramai è diventata a pieno titolo leggenda, in virtù dell’essere storia collettiva di diverse generazioni, non è male ripetere l’assunto iniziale che ha generato Umbria Jazz. Mettere nelle piazze storiche dell’Umbria un evento con caratteristiche internazionali per il genere artistico che proponeva. L’intento è sempre stato quello di promuovere una terra non soltanto per scopi turistici, ma anche di offrire un’idea per la crescita della sua comunità in una chiave aperta a culture molto caratterizzate da valori universali. Da quella base di partenza, che fu rimodulata e resa attuale negli anni ottanta, non senza conflitti, sacrifici e successi, si è arrivati oggi in un ambiente profondamente mutato. Le ragioni del punto di arrivo attuale sono varie ma chi ha vissuto stagioni temporalmente differenti sa perfettamente che oggi manca una visione e una guida sulla gestione delle attività culturali in generale. Il passaggio positivo avvenne negli anni ottanta, dopo la fase di avvio degli anni settanta caratterizzati da luci e ombre. La strutturazione della manifestazione come un’esperienza innovativa dell’industria culturale italiana, la sua organizzazione e la capacità di stare sul mercato delle sponsorizzazioni private, erano il derivato di scelte istituzionali che univano il senso dello spettacolo, lo spessore culturale di carattere internazionale con politiche che davano alla comunità umbra il senso di un’utilità generale di Umbria Jazz. Oggi questa mancanza di visione non può essere scambiata con un pass da esibire al collo dieci giorni l’anno a dei ragazzi in parte remunerati, o con il numero di biglietti venduti. Soprattutto alla presenza di un forte contributo dallo Stato, arrivato inspiegabilmente solo ora, che impone di virare verso una qualificazione delle proposte artistiche e produzione culturale. Senza scadere nel qualunquismo oggi di moda, né nelle semplificazioni da bar, è un fatto oggettivo che l’interesse del sistema politico attuale si concentra su un uso elettoralistico della politica culturale scadendo a volte solo ed esclusivamente sul biglietto omaggio. Fenomeno quest’ultimo non certo locale ma di carattere nazionale di cui i Festival in genere sono più vittime di carnefici. La cultura come struttura del potere e come mera gestione delle relazioni con la comunità è difficile da concepire, lo è tanto più in assenza di una visione che metta insieme le esigenze del mercato con quella dello spessore artistico per “costruire” un pubblico e non fornire dei clienti. Nascono così gli infortuni come quello del concerto dei Chainsmokers, davanti al quale ha giganteggiato la figura di Carlo Pagnotta che ha pubblicamente rivolto le scuse al pubblico per un episodio che chiaramente lo coinvolge molto marginalmente. Per il mondo della cultura, Umbria Jazz non è solo un festival, ha rappresentato sempre un terreno di crescita di associazioni, di tante persone, che hanno saputo poi misurarsi con il mondo uscendo da una scuola fatta di esperienze e di orizzonti internazionali. Parrebbe che oggi questo sia sacrificato in nome della fabbricazione di una rete di relazioni orientate alla sola gestione del piccolo potere individuale. Non si spiegherebbe altrimenti quest’ossessione feticistica, non solo della stampa locale, sulla successione a Carlo Pagnotta di cui la destra è ossessivamente preda da un po’ di tempo. Purtroppo se il modello è Fabrizio Corona e Lele Mora in Piazza a Todi, i Chainsmokers con i loro fuochi di artificio, per non parlare di edizioni primaverili di cui nessuno serba memoria il giorno stesso della inaugurazione, occorre dire solo e forte, lunga vita a Carlo Pagnotta.

Virgilio Ambroglini
Giovanni Tarpani

Un impiccio chiamato Fontana Maggiore

Della Rocca Paolina si disse “splendida e inutilissima mole”. Lo stesso potrebbe dirsi della Fontana Maggiore, togliendo la mole, perché è un gioiello splendido nelle sue fattezze, equilibrato nelle sue dimensioni, con una posizione razionale per la Platea Magna Civitatis. Ma oggi considerata inutilissima, ostacolo ai mille eventi che vengono tollerati e permessi nella Piazza IV novembre, oscurata da palchi e palchetti, gazebi, gonfiabili, camion e camioncini di servizio, baracche e baracchini. Ormai intralcio alle tante manifestazioni moderne (e post moderne), ai vari festival, feste, raduni, trattenimenti, rimpatriate che Perugia, fino a ieri città di provincia ma mai provinciale, ospita oggi nella sua piazza principale, garantendo con i suoi alti profili architettonici scenari unici e prestigiosi, ridotti però a semplici quinte teatrali. E’ ora di toglierla di lì, trasferirla altrove, facendo felici mercanti e faccendieri, manager dello spettacolo e dell’intrattenimento, imprenditori dell’effimero, amministratori festaioli.

Del resto la cultura, oltre che non dare da mangiare, è ormai considerata un lusso per pochi, una questione di élite, e il bene artistico va valorizzato come merce, altrimenti non è, non serve, è inutile.

Del resto con il ridimensionamento delle Sovrintendenze e la creazione dei direttori monocratici dei Poli museali, non si è voluto aziendalizzare i beni culturali, enfatizzando la loro gestione, a scapito della tutela e della promozione? Non si sono cercati per questo ruolo dei manager più che degli esperti di settore? La loro mission non è quella di garantire la massima visibilità e fruibilità alle raccolte di prestigio, facendo del numero dei visitatori il riscontro oggettivo e incontrovertibile dell’efficacia della gestione? Non importa poi se mancano o si riducono competenze per la ricerca e gli scavi, al fine della individuazione, del restauro di beni che vanno tutelati e promossi.

La Fontana Maggiore è un bene di tutti, non è musealizzato, non si paga il biglietto per vederla, non è gestibile nel senso tecnico del termine.  

Andrebbe innanzitutto rispettata, nel senso che pretenderebbe un’area di rispetto, per impedire intromissioni di qualsiasi genere, anche acustiche. Andrebbe contemplata, libera da ostacoli e impedimenti visivi, sempre, in qualsiasi ora del giorno e della notte, per una fruizione continua e un arricchimento interiore.

Andrebbe capita, per coglierne il linguaggio, messaggi, i simboli, che, anche se medievali, sono ancora attuali.  E’ una grande rappresentazione di saperi e conoscenze, una summa di visioni e di consacrazioni, di memorie e di testimonianze. Ci arriva dall’età dei liberi comuni, da una incredibile esperienza di democrazia possibile, di emancipazione e di diritti, di rinnovamento e di speranza. E’ per questo che vi sono rappresentati i lavori dell’uomo e le stagioni del tempo, le professioni e le discipline, le metafore del potere e del sapere, i santi e i personaggi mitici, le città e i territori. C’è tutto quello che era conosciuto e che meritava di essere conosciuto, per farne un sapere diffuso, tramite un linguaggio condiviso ed un monumento pubblico.

Ma c’è qualcos’altro, anzi manca qualcosa.

Non vi è rappresentato nessun condottiero o cavaliere di ventura o potente armato, non c’è nessuna esaltazione di fatti d’arme, di battaglie, di presunte vittorie militari, nessun simbolo di guerra o di violenza. L’unica arma scolpita nel marmo è la spada di San Paolo, simbolo della fede, comunque sublimato.

La Fontana Maggiore canta la pace e un linguaggio di pace è l’unico possibile per affrontare e risolvere i problemi della res publica.

Possiamo non rispettarla, possiamo non contemplarla, possiamo non capirla, ma così facendo neghiamo a Perugia un futuro credibile e sostenibile.

di Marcello Catanelli 

Quali Università per quale Città?

Spesso ci si chiede che tipo di città sia una città universitaria. Di per sé la sola presenza di un Ateneo basterebbe a definirla tale, ma in realtà questo aggettivo significa molto di più.
Università è apertura e inclusività, sia verso i soggetti esterni sia verso quelli che la popolano e la alimentano. L’inclusività di sistemi, idee e persone è strettamente legata all’accessibilità, sociale e culturale, altro presupposto indispensabile affinché un’università per tutti e di tutti possa diventare il vero cuore dinamico della città.

Università è internazionalizzazione, luogo di incontri, di confronti e di mescolamento intellettuale. L’università nel terzo millennio è un soggetto culturale in costante interconnessione con il mondo. A tal fine assume un’importanza determinante il concetto di progettazione. In primo luogo “progettazione” per favorire un processo integrato in cui le istituzioni pubbliche di vari livelli (università, ministeri, regioni, comuni) possano contribuire allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza; in secondo luogo per accedere agli ormai irrinunciabili finanziamenti nazionali e internazionali. La progettazione diviene così lo strumento principale per una relazione costruttiva tra flussi globali di pensiero e necessità politiche locali. Uno strumento che può essere incrementato solo attraverso una programmazione ponderata delle azioni interistituzionali. La città di Perugia e la Regione dell’Umbria hanno bisogno di ritrovare nel rapporto con la ricerca universitaria un nuovo slancio in termini di innovazione professionale e di efficientamento delle risorse disponibili. Le università, mai come in questa fase storica, rappresentano il motore della Regione Umbria e della città di Perugia, realtà che con difficoltà stanno portando avanti un proprio percorso produttivo avvalendosi solo marginalmente del potenziale che queste istituzioni potrebbero rappresentare per lo sviluppo e per l’occupazione.

Dal punto di vista dei servizi molte azioni coordinate potrebbero rendere gli istituti di formazione e tutta la città molto più attrattivi. Ad esempio, il problema dei collegamenti a medio-lungo raggio è strettamente connesso al problema del trasporto urbano; insieme fanno riflettere su un’esigenza oggi vitale: integrare la popolazione universitaria agli spazi cittadini, restituendole una “dimensione” e un’importanza appropriate. Il percorso personale di studenti, ricercatori e docenti che vivono e condividono quotidianamente la città con gli abitanti deve essere interpretato come un’occasione di confronto preziosa e costruttiva: si stratta di giovani e di adulti, alcuni dei quali iniziano qui una formazione che potrebbe portarli lontano; altri, invece vengono per restare.

Ma questa città tiene davvero alla sua popolazione universitaria? La storia passata ci farebbe assentire, quella più recente lascia alla riflessione politico-amministrativa numerose questioni aperte: dal problema degli affitti a quello della convivenza negli spazi urbani condivisi tra studenti, personale accademico e residenti, dai momenti importanti ricreativi e di socializzazione alla fruizione aperta dei servizi. Solo quando studenti, docenti e ricercatori smetteranno di essere percepiti come visitatori temporanei, solo quando istituzioni e cittadinanza saranno veramente consapevoli del valore aggiunto derivante dalla popolazione accademica, dalla elaborazione culturale e dalla ricerca scientifica, sarà possibile definire Perugia come una città universitaria. Una città aperta e inclusiva h24, con aule studio e biblioteche aperte giorno e notte; spazi di vera aggregazione, unici reali presidi di cittadinanza viva e di sicurezza. Gli spazi della città e delle università devono essere riqualificati, resi vivibili e a disposizione di tutti.

E’ evidente, quindi, come la ricerca possa garantire e, al contempo, implementare sinergie tra Perugia e Università; in un circolo virtuoso in cui chiunque può usufruire direttamente o indirettamente della forza di studi che garantiscono coesione sociale e sviluppo. Il “ben-essere” di Perugia non può prescindere dalla simbiosi tra città e università.

di Dario Bovini, Mattia Liguori, Michele Mencaroni, Daniele Parbuono, Masimiljano Rrapaj, Costanza Spera

L’Università a Perugia

Un’esperienza universitaria non consiste solamente nella frequentazione di lezioni ed esercitazioni e nel sostenere i relativi esami, ma è rappresentata anche dalla possibilità di respirare l’aria di una città, di frequentare i suoi spazi sociali, di percorrere i suoi itinerari urbani, di condividere con i suoi cittadini attività culturali, sportive, politiche, anche attraverso associazioni e organizzazioni universitarie create ad hoc. E’ anche la possibilità di stabilire nuove relazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio paese, mettendo alla prova le proprie capacità di autonomia, di iniziativa, di convivenza.

Può essere, ed è stata per moltissimi, un’esperienza educativa e formativa in un senso globale.

Soprattutto se si è stranieri e si viene in Italia per apprenderne la lingua e con essa acquisire la chiave di ingresso ad una cultura millenaria, che si è espressa in tutti i campi, dall’architettura alla tecnologia, dalla pittura alla letteratura, dalla scultura alla moda, dalla musica all’alimentazione, solo per citarne alcuni.

Per questo molti studenti stranieri sono venuti a Perugia, per seguire i corsi di lingua e di Alta Cultura nel settecentesco palazzo Gallenga, di fronte all’Arco Etrusco, porta d’accesso ad un monumentale centro storico, non lontano da altre emergenze architettoniche ed urbanistiche e con la possibilità di partecipare alle stagioni musicali, teatrali, cinematografiche, folcloriche non solo di Perugia, ma anche di Assisi, di Spoleto, Di Gubbio, di Todi.

Ma soprattutto di sentirsi protagonisti di quel grande spazio sociale che è piazza IV novembre e Corso Vannucci.

Tutto questo nonostante pregiudizi e chiusure di una cittadinanza diffidente e non immediatamente socievole, un’offerta privata di alloggi esosa e bohémien, una carenza grave di servizi specifici per la comunità studentesca, straniera e non, malamente compensata da una miriade di locali per il consumo e lo svago.

Il saldo è stato positivo fino a quando Perugia ha retto sul piano sociale ed economico, quando la crisi globale ha messo in evidenza i limiti di uno sviluppo urbano non giustificato da una vera domanda di insediamento, ma legato solo ed unicamente a fenomeni speculativi e ha prodotto il collasso di interi segmenti produttivi o distributivi o alla loro riallocazione e parallelamente alla scomparsa di elementi simbolici, di modalità di appartenenza, di luoghi sociali, di spazi comuni fruibili e praticabili.

Perugia è stata per molti decenni la sede universitaria più settentrionale del meridione, in grado di attrarre, per mancanza di sedi alternative, studenti dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dal Molise e da regioni confinanti come il Lazio e le Marche. Per non parlare di studenti stranieri, che vedevano nella locale Università per Stranieri, la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana e poter accedere alle facoltà italiane. Oggi sono nate e si sono riqualificate molte università meridionali e l’appeal dell’Università per Stranieri si è notevolmente affievolito, a vantaggio dell’ex Scuola di Lingue e Cultura Italiana per Stranieri di Siena, oggi anch’essa Università e che nell’anno accademico 2016-2017 ha avuto 1940 iscritti. Il corpo docente dell’Università per Stranieri di Perugia non è stato più messo nelle condizioni di garantire qualità e competenze didattiche specifiche per quell’originalissima scuola, di promuovere una offerta formativa specializzata e non allineata, al ribasso, a quella dell’università italiana, a seguito di un reclutamento e di una selezione dei docenti sulla base del merito e delle competenze e della certezza di una carriera che vedeva nel precariato solo il gradino iniziale.

Non ha aiutato l’Università di Perugia la scelta di disseminare molti corsi universitari in alcune città dell’Umbria, perché ha comportato, quasi sempre, la dequalificazione dell’offerta accademica e della qualità degli studi. Ma soprattutto questo ha comportato la rottura tra città e Università, la divaricazione non tanto di sedi didattiche, ma di destini, di finalità, di complementarietà. In nome di una autonomia, legittima e necessaria, l’Università degli Studi ha perseguito degli obiettivi, ad esempio sul terreno dello sviluppo edilizio e della ricerca scientifica, del tutto avulsi da una programmazione condivisa con la città e coerente con i principi di priorità e necessità.

Le Università di Perugia potranno riprendersi dalla loro crisi solo se la città si riprenderà dalla sua, e solo se lo faranno tutte insieme.

di Marcello Catanelli

Il Turreno, e non solo, per ricostruire la bellezza di Perugia

Verso un terreno comune da cui partire

La nostra proposta per il Turreno s’inserisce in un progetto per il futuro di Perugia. Ripensando al ruolo della cultura nella città non possiamo non porci alcune domande. Cosa sarà Perugia nei prossimi anni? C’è una riflessione sul futuro della città? Delle proposte, delle scelte, un progetto per Perugia? Noi abbiamo una visione della Perugia del futuro che si basa su due concetti chiave: ricostruzione e rigenerazione.

Ancora Perugia viene vissuta nell’immaginario collettivo come una città in decadenza, anche a causa della vasta campagna d’informazione nazionale e internazionale, portata avanti per anni, che ha dipinto Perugia come città del vizio, poco sicura, persa. Ormai si ha la sensazione di vivere in una città triste, morta. Ci vorrà del tempo per tornare alla Perugia tranquilla, viva, colta e creativa, e per esaltare la sua bellezza. È un lavoro lungo e difficile. Per questo, per curare le ferite dell’anima collettiva e individuale, al centro di un progetto per il futuro deve esserci il concetto di ricostruzione. Ricostruzione dell’identità della città, dei suoi valori fondanti, del senso di comunità e di appartenenza. Gli assi fondamentali del nuovo inizio per ricostruire la bellezza di Perugia saranno tre: valorizzazione delle istituzioni culturali (le due Università, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio), che costituiscono un’eccellenza per la regione; mettere in rete e promuovere la cultura con le grandi manifestazioni, il turismo con gli eventi di carattere nazionalpopolare e i beni culturali con il ruolo strategico della Galleria Nazionale e del sistema museale; creare le condizioni culturali, sociali, economiche affinché Perugia possa candidarsi credibilmente a capitale dell’Italia di mezzo.

Se c’è la volontà di lavorare su questo progetto, è da questi punti di riferimento che si pongono le basi per la rigenerazione. Una rigenerazione che passa innanzitutto dagli spazi per la cultura: superando la concezione di tanti poli isolati, proponiamo un’agorà della cultura che metta in rete Turreno, Morlacchi, Pavone, Santa Giuliana, Frontone, Lilli, fino al Lyryck, senza dimenticare gli spazi decisivi che presto si libereranno negli edifici della Biblioteca Augusta e della clinica di Porta Sole. La creazione della cittadella giudiziaria presso le strutture dell’ex carcere di Piazza Partigiani metterebbe a disposizione il Palazzo del Capitano del Popolo in Piazza Matteotti, che potrebbe essere trasformato in uno spazio per l’arte, con la creazione di gallerie espositive, ed entrare così in sinergia con quella struttura dedicata all’arte contemporanea che vorremmo nascesse a San Francesco al Prato.

Questa grande iniziativa ci permetterebbe di cambiare strada, di orientarci verso una città cosmopolita, europea, internazionale, in grado di potenziare al massimo la sua bellezza. In questa visione s’inserisce la questione Turreno. Tra le città europee, ci sono precedenti illustri di ricostruzione della propria identità scommettendo sul futuro mettendo insieme le energie collettive e ricostruito un senso collettivo di comunità. Penso a Bilbao, emersa dalla grave crisi economica e ora sede del Museo Guggenheim, a Manchester, città operaia messa in ginocchio dalla fine dell’industria tessile e risorta grazie al recupero dell’archeologia industriale e diventata una delle capitali mondiali della musica contemporanea, a Lille, talmente cambiata negli ultimi anni da diventare un polo universitario eccellente (con i suoi 110.000 iscritti) e capitale europea della cultura nel 2004. Questa è la sfida che proponiamo, guardando al bene comune e all’interesse generale, che per noi è da sempre lo sviluppo e il futuro di Perugia. Insieme possiamo farcela. Cerchiamo un terreno comune da cui partire, il resto sono dettagli.

di Virgilio Ambroglini

Lettera aperta: la nostra Fontana Maggiore

La Fontana Maggiore e la cura del Sidol.

G.le Dottoressa Marica Mercalli, Direttore della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

Lavorando in centro, da mesi guardo con interesse la nuova istallazione realizzata sulla Fontana Maggiore. La pregevole opera di natura post moderna, suppongo, ha in sé vantaggi che non esito a definire geniali. In epoca di lotta agli sprechi aver già realizzato parte consistente degli addobbi per il prossimo Natale è certamente un vantaggio non da poco. Mi riferisco in particolare alla colorazione della Ninfa Trasimena che i perugini delle varie generazioni hanno conosciuto sempre di color bronzo e che la sua illuminata concezione delle opere d’arte della nostra città ha trasformato in oro. Sono certo che tale pezzo, pregevole con certezza, proviene dalla mostra “ Treasure from Wreck”, recentemente presentata a Venezia, opera di uno dei più geniali e discussi artisti della nostra contemporaneità: Damien Hirst.

La mostra, a Venezia, era un racconto immaginario di pezzi falsi riportati alla luce da un immaginario cercatore di antichità e di rarità dal passato. Quanto ritrovato in fondo al mare proveniva da una nave destinata a un “liberto” che doveva offrire il tesoro al tempio del Dio Sole.  A metà della imponente mostra il visitatore scorge tra le statue di Afrodite, di Ishtar e corredi regali in oro, la statua di Topolino: un modo per affermare l’autenticità del falso nell’epoca moderna, nobilitata da un uso straordinario dello storytelling audio visuale del finto ritrovamento della nave “Unbelievable”. Portare a Perugia tale rilevante pezzo proveniente da una mostra che ha avuto migliaia di visitatori e poterlo ammirare ogni giorno della settimana, non ha prezzo. Di certo il suo lavoro di Direttore è prezioso in una città spesso ancorata a una riproduzione di maniera e a volte, almeno una all’anno, di solito a Giugno, del tutto posticcia. Quindi Perugia passa dal triste bronzo all’esaltante oro.

Se Rodolfo II d’Asburgo, fosse riuscito così facilmente in una simile trasformazione con i migliori alchimisti di tutta la sua epoca in tale impresa, oggi avremmo una un’altra Europa. Ma quella era un’altra epoca.

Perugia è una città che in buona parte vive di turismo culturale, nonostante quest’apparente ovvietà sia oggi considerata quasi una bestialità. Il suo landmark è proprio la Fontana Maggiore e quindi ci permetterà di essere incuriositi dal perdurare da mesi della trasmutazione del bronzo in oro. Purtroppo noi non siamo come Rodolfo II e non siamo posseduti dalla ricerca d’improbabili tesori o dall’ossessione della predizione del futuro. La Fontana Maggiore è il simbolo della nostra comunità, la visualizzazione della nostra identità collettiva. Lei che è arrivata da noi recentemente, non ha certo vissuto il restauro di questo monumento che fu trasformato in un’esperienza collettiva, assumendo il carattere di una straordinaria opera di foudraising popolare, come si direbbe oggi. Per anni alle coppie che si sposavano in Comune veniva donata dalla Amministrazione Comunale una stampa che riproduceva le formelle della Fontana, ma quella era un’altra epoca. Un tempo in cui i simboli erano quelli che la storia ci aveva consegnato e non delle invenzioni da sceneggiato di quarta classe. Capirà quindi che ci sono dei cittadini che guardando il monumento ogni giorno si domandano che fine farà. Noi, poveri cittadini, ci facciamo questa domanda che certo non sentiamo aleggiare in nessuna delle Istituzioni, nessuna.

Oggi più materialmente siamo qui a parlare di landmark, di turismo culturale e non essendoci né Istituzioni locali, né storici dell’arte che s’indignano o plaudono alla sua istallazione forse è arrivato il momento di fare una proposta. Eccola.

Dopo il prossimo Natale, con comodo e calma, naturalmente seguendo i consueti ritmi mediterranei della Soprintendenza, perché non provate a ripristinate il colore originale ? Magari, questa volta, cercando di non sbagliare il negozio dove acquistare i prodotti per la ripulitura. Intanto, per avvantaggiarci, visti i tempi di reazione, a un suo cenno siamo pronti in molti a procedere alla raccolta di fondi per andare in un negozio “fai da te” per cercare il “Sidol” di una volta, pare che faccia ancora miracoli. Per le superfici da lucidare in ottone che da lontano può anche sembrare oro.

di Giovanni Tarpani