Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda politica di Perugia

Da qualche tempo nella patria del capitalismo liberista per antonomasia, gli Stati Uniti, si è aperto un dibattito interessante e molto avanzato su come combattere disoccupazione e lavoro povero. Grazie soprattutto a Bernie Sanders – leader della sinistra democratica – si è cominciato a dire che deve essere lo Stato (il governo federale nel caso degli Usa) a risolvere il problema, in maniera diretta, attraverso quella che oltre oceano chiamano “Job guarantee”, ovvero, “Garanzia di lavoro”. In poche parole, lo Stato si trasforma in datore di lavoro di ultima istanza, che interviene offrendo un’occupazione dignitosa (almeno 15 dollari l’ora) quando il mercato privato non è in grado di farlo. Il governo centrale finanzia il progetto, ma il sistema è poi gestito dalle istituzioni locali (stati federali, ma anche municipi) sulla base delle esigenze del territorio.

Senza entrare qui nel dettaglio della proposta – in rete si trova moltissimo materiale – il punto centrale è che negli Usa (e ora anche in Gran Bretagna) si discute del ruolo che lo Stato deve avere nella creazione diretta di lavoro.

Da noi purtroppo questo dibattito è assente, ma forse è arrivato il tempo di ricominciare a riflettere sul ruolo e sulle responsabilità del Pubblico, a tutti i livelli, nel rispetto del diritto costituzionale per eccellenza, quello al lavoro appunto.

Prendiamo Perugia, la nostra città. L’Istat ci dice che negli anni della crisi il sistema locale del lavoro (che comprende anche i comuni vicini come Corciano, Torgiano, Marsciano, Magione, etc) è passato dai quasi 111mila occupati del 2008 a meno di 104mila nel 2016, con una perdita secca di quasi 7000 occupati. Oltre a questo, c’è una continua a crescente precarizzazione del lavoro. Banca d’Italia nel suo ultimo recente rapporto sull’economia dell’Umbria ci dice che nella nostra regione le assunzioni a tempo indeterminato sono diminuite ancora nel 2017 (-16,3%), dopo il tracollo del 2016 (-45%). E le previsioni per il prossimo periodo non lasciano intravedere alcun miglioramento. La stragrande maggioranza delle imprese della nostra regione – afferma stavolta Unioncamere – non intende assumere. Anzi, una parte prevede ulteriori riduzioni di personale.

Pensare che le istituzioni pubbliche, dal governo centrale fino all’ultimo dei comuni, possano restare a guardare, proseguendo tuttalpiù con la logica (fallimentare) degli incentivi a pioggia (stile jobs act) o introducendo meccanismi riparativi (Rei, redditi di cittadinanza, etc.) utili, ma insufficienti, è un atteggiamento suicida. Tanto più nel bel mezzo della rivoluzione tecnologica e digitale che, seppure per ora ben poco intercettata dalle nostre parti (il piano Calenda in Umbria ha generato pochissimi investimenti rispetto al resto del Paese), produrrà nel medio periodo ulteriori eccedenze di manodopera.

E allora? Serve un “job guarantee” anche nelle nostre città? Magari! Ma il tema non sembra purtroppo all’ordine del giorno. Di certo però si può e si deve cominciare a ragionare sul territorio del lavoro che manca, di quello che c’è ma è sempre più povero e precario, si può fare un’analisi dettagliata del rapporto tra percorsi universitari proposti e capacità di offerta occupazionale in quei settori specifici (i dati di Almalaurea possono essere utili in questo senso), si può intervenire energicamente sulla formazione professionale, si può e si deve ragionare di appalti pubblici e della qualità del lavoro che essi producono e, ancora, si può mappare ciò che resta di un sistema manifatturiero un tempo glorioso e oggi ridotto all’osso, ma senza il quale difficilmente si può immaginare una prospettiva. Questo porta anche, necessariamente, a porsi il problema di riequilibrare il rapporto tra multinazionali e territori, e al tempo stesso di indirizzare il resto del tessuto produttivo, fatto per lo più di piccole e piccolissime imprese verso un progetto coerente, basato su una visione condivisa della Perugia e dell’Umbria di domani.

L’impressione è che oggi si stia per lo più amministrando il declino, in una rincorsa continua volta tuttalpiù a limitare i danni. Urge un cambio di passo, ma soprattutto di mentalità. Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda di Perugia e dell’Umbria.

di Fabrizio Ricci