Un patrimonio di tutti

E’ di stamattina la pubblicazione dell’annuale graduatoria Censis.

L’Ateneo di Perugia che, contrariamente alle profezie di qualche Cassandra col taccuino, è rimasto tra i grandi atenei, conquista anche quest’anno il primo posto di questa classifica, che è importante se non altro perché è una delle più diffuse e consultate. E’ il quinto anno consecutivo che con Perugia non ce n’è per nessuno.

Sono stata all’ assemblea del XX Giugno, a Via del Cortone. Debbo dire che gli interventi degli studenti universitari, pur nelle differenze di impianto, mi sono sembrati i più attenti al futuro, non me ne vorranno i miei coetanei che sono intervenuti in quella sede, ma una passerella del “com’era bello ai tempi nostri“ non mi sembra la ricetta per riprenderci. Ecco, io vorrei che in questa data, che considero il 2 Novembre dei rosiconi, ci si fermasse anche a pensare a che razza di fortuna abbiamo, in Umbria, con soli 800.mila abitanti, che non bastano a fare il traffico di un aeroporto degno di questo nome, né a muovere l’AV, per dire, ad avere nonostante tutto un ateneo assolutamente eccellente, che primeggia, che porta in città (o trattiene in città fa lo stesso), ragazzi come quelli che ho ascoltato; e le famiglie dei docenti universitari e del personale, con le loro richieste e aspettative culturali (elevate) verso le scuole e verso la vita culturale della città. E gli ospiti stranieri che vi giungono, e che poi la raccontano questa straordinaria realtà, la nostra Umbria imbucata tra le colline e le montagne.

Cosa sarebbe Perugia senza la sua Università?

Volevo scrivere qualcosa da qualche giorno, ma la posto oggi questa domanda, col cuore in festa per questo straordinario risultato, che arriva per il quinto anno consecutivo, un primato proibitivo da mantenere, perché mi dichiaro senza vergogna tifosa, anzi tifosissima di UNIPG, sia perché sul piano personale mi ha permesso di vivere una vita fantastica,  sia perchè la reputo una ricchezza non negoziabile per l’Umbria. Come nella pubblicità di un orologio tanti anni fa: Toglietemi tutto, ma non la mia UNIPG.

Una delle cose che più mi ha toccato il cuore la sera del XX Giugno a Via del Cortone è stato sentire una ventenne dichiararsi “innamorata della politica”. Voglio usare la stessa espressione. Non facciamo un errore antico, l’Università non è né di destra né di sinistra, è come la Fontana Maggiore, o l’Arco etrusco – patrimonio dell’Augusta.

Bisogna solo lasciarsene innamorare.

di Anna Martellotti, 3 Luglio 2018

Quali Università per quale Città?

Spesso ci si chiede che tipo di città sia una città universitaria. Di per sé la sola presenza di un Ateneo basterebbe a definirla tale, ma in realtà questo aggettivo significa molto di più.
Università è apertura e inclusività, sia verso i soggetti esterni sia verso quelli che la popolano e la alimentano. L’inclusività di sistemi, idee e persone è strettamente legata all’accessibilità, sociale e culturale, altro presupposto indispensabile affinché un’università per tutti e di tutti possa diventare il vero cuore dinamico della città.

Università è internazionalizzazione, luogo di incontri, di confronti e di mescolamento intellettuale. L’università nel terzo millennio è un soggetto culturale in costante interconnessione con il mondo. A tal fine assume un’importanza determinante il concetto di progettazione. In primo luogo “progettazione” per favorire un processo integrato in cui le istituzioni pubbliche di vari livelli (università, ministeri, regioni, comuni) possano contribuire allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza; in secondo luogo per accedere agli ormai irrinunciabili finanziamenti nazionali e internazionali. La progettazione diviene così lo strumento principale per una relazione costruttiva tra flussi globali di pensiero e necessità politiche locali. Uno strumento che può essere incrementato solo attraverso una programmazione ponderata delle azioni interistituzionali. La città di Perugia e la Regione dell’Umbria hanno bisogno di ritrovare nel rapporto con la ricerca universitaria un nuovo slancio in termini di innovazione professionale e di efficientamento delle risorse disponibili. Le università, mai come in questa fase storica, rappresentano il motore della Regione Umbria e della città di Perugia, realtà che con difficoltà stanno portando avanti un proprio percorso produttivo avvalendosi solo marginalmente del potenziale che queste istituzioni potrebbero rappresentare per lo sviluppo e per l’occupazione.

Dal punto di vista dei servizi molte azioni coordinate potrebbero rendere gli istituti di formazione e tutta la città molto più attrattivi. Ad esempio, il problema dei collegamenti a medio-lungo raggio è strettamente connesso al problema del trasporto urbano; insieme fanno riflettere su un’esigenza oggi vitale: integrare la popolazione universitaria agli spazi cittadini, restituendole una “dimensione” e un’importanza appropriate. Il percorso personale di studenti, ricercatori e docenti che vivono e condividono quotidianamente la città con gli abitanti deve essere interpretato come un’occasione di confronto preziosa e costruttiva: si stratta di giovani e di adulti, alcuni dei quali iniziano qui una formazione che potrebbe portarli lontano; altri, invece vengono per restare.

Ma questa città tiene davvero alla sua popolazione universitaria? La storia passata ci farebbe assentire, quella più recente lascia alla riflessione politico-amministrativa numerose questioni aperte: dal problema degli affitti a quello della convivenza negli spazi urbani condivisi tra studenti, personale accademico e residenti, dai momenti importanti ricreativi e di socializzazione alla fruizione aperta dei servizi. Solo quando studenti, docenti e ricercatori smetteranno di essere percepiti come visitatori temporanei, solo quando istituzioni e cittadinanza saranno veramente consapevoli del valore aggiunto derivante dalla popolazione accademica, dalla elaborazione culturale e dalla ricerca scientifica, sarà possibile definire Perugia come una città universitaria. Una città aperta e inclusiva h24, con aule studio e biblioteche aperte giorno e notte; spazi di vera aggregazione, unici reali presidi di cittadinanza viva e di sicurezza. Gli spazi della città e delle università devono essere riqualificati, resi vivibili e a disposizione di tutti.

E’ evidente, quindi, come la ricerca possa garantire e, al contempo, implementare sinergie tra Perugia e Università; in un circolo virtuoso in cui chiunque può usufruire direttamente o indirettamente della forza di studi che garantiscono coesione sociale e sviluppo. Il “ben-essere” di Perugia non può prescindere dalla simbiosi tra città e università.

di Dario Bovini, Mattia Liguori, Michele Mencaroni, Daniele Parbuono, Masimiljano Rrapaj, Costanza Spera

L’Università a Perugia

Un’esperienza universitaria non consiste solamente nella frequentazione di lezioni ed esercitazioni e nel sostenere i relativi esami, ma è rappresentata anche dalla possibilità di respirare l’aria di una città, di frequentare i suoi spazi sociali, di percorrere i suoi itinerari urbani, di condividere con i suoi cittadini attività culturali, sportive, politiche, anche attraverso associazioni e organizzazioni universitarie create ad hoc. E’ anche la possibilità di stabilire nuove relazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio paese, mettendo alla prova le proprie capacità di autonomia, di iniziativa, di convivenza.

Può essere, ed è stata per moltissimi, un’esperienza educativa e formativa in un senso globale.

Soprattutto se si è stranieri e si viene in Italia per apprenderne la lingua e con essa acquisire la chiave di ingresso ad una cultura millenaria, che si è espressa in tutti i campi, dall’architettura alla tecnologia, dalla pittura alla letteratura, dalla scultura alla moda, dalla musica all’alimentazione, solo per citarne alcuni.

Per questo molti studenti stranieri sono venuti a Perugia, per seguire i corsi di lingua e di Alta Cultura nel settecentesco palazzo Gallenga, di fronte all’Arco Etrusco, porta d’accesso ad un monumentale centro storico, non lontano da altre emergenze architettoniche ed urbanistiche e con la possibilità di partecipare alle stagioni musicali, teatrali, cinematografiche, folcloriche non solo di Perugia, ma anche di Assisi, di Spoleto, Di Gubbio, di Todi.

Ma soprattutto di sentirsi protagonisti di quel grande spazio sociale che è piazza IV novembre e Corso Vannucci.

Tutto questo nonostante pregiudizi e chiusure di una cittadinanza diffidente e non immediatamente socievole, un’offerta privata di alloggi esosa e bohémien, una carenza grave di servizi specifici per la comunità studentesca, straniera e non, malamente compensata da una miriade di locali per il consumo e lo svago.

Il saldo è stato positivo fino a quando Perugia ha retto sul piano sociale ed economico, quando la crisi globale ha messo in evidenza i limiti di uno sviluppo urbano non giustificato da una vera domanda di insediamento, ma legato solo ed unicamente a fenomeni speculativi e ha prodotto il collasso di interi segmenti produttivi o distributivi o alla loro riallocazione e parallelamente alla scomparsa di elementi simbolici, di modalità di appartenenza, di luoghi sociali, di spazi comuni fruibili e praticabili.

Perugia è stata per molti decenni la sede universitaria più settentrionale del meridione, in grado di attrarre, per mancanza di sedi alternative, studenti dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dal Molise e da regioni confinanti come il Lazio e le Marche. Per non parlare di studenti stranieri, che vedevano nella locale Università per Stranieri, la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana e poter accedere alle facoltà italiane. Oggi sono nate e si sono riqualificate molte università meridionali e l’appeal dell’Università per Stranieri si è notevolmente affievolito, a vantaggio dell’ex Scuola di Lingue e Cultura Italiana per Stranieri di Siena, oggi anch’essa Università e che nell’anno accademico 2016-2017 ha avuto 1940 iscritti. Il corpo docente dell’Università per Stranieri di Perugia non è stato più messo nelle condizioni di garantire qualità e competenze didattiche specifiche per quell’originalissima scuola, di promuovere una offerta formativa specializzata e non allineata, al ribasso, a quella dell’università italiana, a seguito di un reclutamento e di una selezione dei docenti sulla base del merito e delle competenze e della certezza di una carriera che vedeva nel precariato solo il gradino iniziale.

Non ha aiutato l’Università di Perugia la scelta di disseminare molti corsi universitari in alcune città dell’Umbria, perché ha comportato, quasi sempre, la dequalificazione dell’offerta accademica e della qualità degli studi. Ma soprattutto questo ha comportato la rottura tra città e Università, la divaricazione non tanto di sedi didattiche, ma di destini, di finalità, di complementarietà. In nome di una autonomia, legittima e necessaria, l’Università degli Studi ha perseguito degli obiettivi, ad esempio sul terreno dello sviluppo edilizio e della ricerca scientifica, del tutto avulsi da una programmazione condivisa con la città e coerente con i principi di priorità e necessità.

Le Università di Perugia potranno riprendersi dalla loro crisi solo se la città si riprenderà dalla sua, e solo se lo faranno tutte insieme.

di Marcello Catanelli