Un progetto politico è prima di tutto un progetto culturale – un contributo di A. Guerrini

Un progetto politico è prima di tutto un progetto culturale
Vi spiego perché attraverso un decalogo personale.
  1. La politica è la capacità di dare risposte concrete ai bisogni di una collettività organizzata attraverso la forma della polis, della città..

 

  1. Per dare risposte concrete alla collettività occorre la capacità critica. Si acquisisce solo se c’è la conoscenza, primo passo per avere consapevolezza di quali sono i problemi da affrontare.

 

  1. Le forme del sapere danno forma al mondo. Esse costituiscono il patrimonio di una collettività, la sua cultura. Senza il sapere non possiamo dare forma al mondo, quindi non possiamo dare risposte alla sua complessità. Quindi non possiamo fare politica.

 

  1. La cultura applicata alla politica significa elaborare un modo di pensare in grado di interconnettere e solidarizzare le conoscenze. La politica è la capacità culturale d’interconnessione e di solidarietà tra gli esseri umani.

 

  1. Occorre una riforma del pensiero prima che una riforma della politica. Un pensiero capace di non rinchiudersi nel locale, ma di concepire gli insiemi, le dimensioni globali. Un pensiero che restituisca all’umanità l’umanesimo, ovvero la centralità della persona umana nella società.

 

  1. L’apatia politica, si sconfigge con la ricostruzione culturale dell’opinione pubblica consapevole, formata attraverso e grazie ad una pedagogia della partecipazione democratica. A cominciare dalla scuola e dalla università..

 

  1. Al posto degli individui, i gruppi organizzati, le reti solidali, la società policratica. C’è molta voglia di comunità, ma questa va sottratta alle spiegazioni semplici, alla banalità del discorso politico, all’assenza di futuro a cui la classe dirigente condanna i giovani.

 

  1. Al posto della rappresentanza degli interessi (élite oligarchica), la democrazia rappresentativa. Essa nasce dalla cultura della partecipazione dal basso. Nasce dalla azione pedagogica di una élite della conoscenza politica. La scuola e l’università devono essere i luoghi della educazione politica.

 

  1. Dai cittadini passivi (voto di scambio) ai cittadini attivi (voto di opinione). Dalla cultura dei sudditi alla cultura partecipante.

 

  1. Cultura e politica insieme possono Individuare i contenuti minimi necessari per educare alla cittadinanza, ovvero per un ethos democratico: es. discutere e ragionare insieme. Filologia (l’interesse per il discorso) contro misologia (l’avversione per il ragionamento).

    di Antonella Guerrini

Perugia Universitaria: tra ricerca, formazione e futuro

Venerdì 15 febbraio alle ore 18:00 si terrà presso il 110dieci caffè in Via Pascoli un incontro per parlare di Università,formazione e ricerca nella nostra città.
Come Anima Civica in questi mesi abbiamo organizzato eventi e gruppi di lavoro per riflettere e discutere sulle problematiche che affliggono la Perugia sui temi della cultura e della formazione.
Crediamo che la nostra città debba domandarsi quale futuro spetta a Perugia e quale futuro spetta ai giovani studenti perugini che scelgono questa città per intraprendere la loro formazione.
Crediamo, inoltre, che una città che guardi al futuro definendosi universitaria, debba interrogarsi sul collegamento tra formazione e lavoro, un lavoro che possa garantire un reale sviluppo economico per Perugia.
La nostra idea di città passa per il rilancio della ricerca e dei nostri istituti di alta formazione. Come e perchè essa debba integrarsi a pieno con il territorio sarà uno dei principali argomenti di dibattito della serata.
L’invito a partecipare è aperto alla cittadinanza tutta!
 
Interverranno docenti e associazioni del territorio.
 
Vi ricordiamo che è possibile aderire ad Anima Civica compilando il form: www.animacivica.it/aderisci
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GRUPPO DI LAVORO SULLA CULTURA – RESOCONTO RIUNIONE 10/12/18

Il 10 dicembre si è tenuto, presso la sala libreria di Umbrò a Perugia, il primo incontro del gruppo cultura di Anima Civica. Come esplicitato in apertura dei lavori, parlare di “cultura” significa toccare il 90% delle azioni di un’amministrazione; le politiche della cultura, infatti, si innestano strutturalmente nella relazione tra enti e istituti di formazione: è possibile, dunque, ricostruire una relazione costruttiva, capace di produrre un sapere “territoriale”?

Le politiche culturali non possono essere ricondotte all’associazionismo o agli eventi in quanto tali, ma richiedono l’assunzione di un orizzonte di visione più ampio. È necessario che Perugia riconquisti uno slancio internazionale e che, allo stesso tempo, si apra una riflessione sui modelli urbanistici e architettonici: Perugia ha bisogno di un “costruire” di qualità, che la riporti al centro della riflessione internazionale sugli spazi.

Sulla scia di queste sollecitazioni preliminari, è emerso un primo stimolo che guarda al futuro: poiché le città non nascono con una vocazione, ma sono le persone che “vocano” i territori e le città, cosa sarà Perugia nei prossimi anni? Cosa vogliamo che Perugia diventi?

Il caso di Perugia 1416 – il cui aspetto più problematico risulta essere la destinazione quasi esclusiva dei fondi comunali per la cultura alla rievocazione storica – getta un allarme sulla tendenza all’irrigidimento sul passato, che oggi sembra affliggere Perugia e a cui si intende proporre l’innovazione come prospettiva alternativa. La cultura, infatti, non deve essere solo conservazione del patrimonio, ma soprattutto motore economico della città. Stando a quanto evidenziato dalla riflessione collettiva, una manifestazione come Perugia 1416 si ferma al lato ludico e ricreativo dell’esperienza culturale, rivolgendosi a un target di pubblico che è abitualmente marginalizzato rispetto a eventi dedicati a contenuti specifici, come ad esempio il Festival del Giornalismo. Pertanto, affinché non sia solo la formula immediata della rievocazione storica a far presa sulla maggioranza della popolazione, è necessario ripensare le strategie di comunicazione della cultura al fine di raggiungere tutte le fasce della popolazione, stranieri compresi, e ri-creare l’identità della città.

In questa prospettiva, si è imposta come esigenza la riscoperta degli istituti di formazione di Perugia, contrastando la tendenza alla chiusura che sembra interessarli. È indispensabile lavorare sulla percezione di una città che non “sente” come propri gli istituti di formazione e, parallelamente, analizzare il fenomeno per cui gli studenti, che dovrebbero essere protagonisti dello scenario culturale perugino, al contrario non si sentono parte della civitas.

Alcuni esponenti del mondo studentesco, che hanno preso parte alla riunione, hanno evidenziato una percezione di scollamento tra gli argomenti oggetto di studio e la cultura intesa in senso più ampio, lamentando una visione riduttiva del percorso universitario come “ufficio di collocamento”. È inoltre emerso che, dopo le scuole superiori, molti studenti perugini non scelgono di rimanere a Perugia e preferiscono proseguire altrove i propri studi. Il timore espresso dagli studenti è che l’Università degli Studi di Perugia dia per scontato che i ragazzi originari della città decidano di restare e diventare studenti Unipg.  Come coinvolgere nella vita culturale cittadina anche gli studenti, spesso nemmeno raggiunti dagli eventi culturali? La proposta emersa durante l’incontro del 10 dicembre è quella di far diventare la scuola e l’università degli spazi aperti, per facilitare l’accesso dei giovani alla cultura e creare un’identità cittadina, che prenda avvio dai giovani come protagonisti del mondo culturale. Serve un maggior collegamento tra gli istituti di formazione della città a tutti i livelli, deve nascere uno scambio e un confronto continuo tra questi luoghi.

Uno dei temi prioritari che sono emersi dall’incontro è quello degli spazi e del territorio: da una parte, si è concordato sulla necessità di far “uscire” le manifestazioni culturali oltre le mura del centro storico, per penetrare nei quartieri e rispondere alle esigenze reali anche con la cultura; dall’altra parte, si è riscontrato che, oltre il perimetro cittadino, non c’è altro spazio eccetto il teatro Brecht. Non è un caso se il quarto palazzo progettato da Aldo Rossi in Piazza del Bacio avrebbe dovuto essere un teatro, pensato per richiamare tutta quella parte di cittadinanza che non afferiva al centro storico.

Il problema degli spazi della cultura richiama la questione dell’accessibilità: è stata riscontrata, soprattutto all’interno dei quartieri limitrofi al centro, una mancanza di comunicazione e quindi consapevolezza delle opportunità culturali e degli spazi che le ospitano. Per l’immediato futuro di Perugia, quindi, è necessario assicurarsi che l’informazione arrivi nelle case delle persone, soprattutto di quei soggetti non radicati nella città, come studenti fuori sede, stranieri, migranti.

Al fine di ricucire una città lacerata, dalle periferie più lontane ai quartieri che fiancheggiano le mura storiche, si è proposto un progetto culturale che parta dalle più estreme propaggini del territorio comunale e, passando dalle aree periferiche più interne, arrivi fino al centro storico.

In ultima analisi, l’istanza primaria individuata dal gruppo cultura è costruire un’idea programmatica per il futuro della città, riappropriandosi di un senso di progresso: ciò che determina la crescita di una comunità è la sua proiezione futura, è sull’idea di futuro che una città fonda la sua identità. Alla luce di questa prospettiva, sono state innanzitutto evidenziate alcune criticità del presente, che possono essere così riassunte: come devono essere spese le risorse? Qual è il ruolo legittimo delle fondazioni bancarie nella promozione culturale? La sostituzione della parola “cultura” con la parola “bellezza” non rischia di far perdere alla cultura il suo ruolo essenziale nella formazione civica della città, in favore di una curvatura estetica?

Gli interventi che si sono avvicendati durante l’incontro possono essere sintetizzati da alcune parole chiave, dalla co-creazione alla multidisciplinarietà, dall’elaborazione collettiva al pensiero di città, dalla diversità come valore all’accessibilità, fino all’internazionalizzazione, nella prospettiva di fare di Perugia “capitale permanente della cultura”.

Al termine della riunione si è deciso che il gruppo si riunirà nuovamente nei primi giorni del nuovo anno per portare a termine alcune riflessioni e continuare il percorso avviato.

di Angela Giorgi

Riunione Gruppo “Cultura”, 10 dicembre 21.00 Umbrò

La cultura, sin dai suoi primi passi, è stata uno dei cardini del lavoro di Anima Civica. Riteniamo che la costruzione di politiche culturali, tanto sui beni materiali quanto su quelli immateriali, sia alla base della ripresa di Perugia verso la rinconquista della sua vocazione internazionale.

Anima Civica ha scelto di lavorare per gruppi tematici e di aree di residenza. L’idea è quella di riunione gli interessati ad un tema piuttosto che a un quartiere per iniziare a tracciare proposte e criticità insieme. Lavoreremo in ogni gruppo verso la stesura di progetti e per una nuova e diversa visione di città!

Anima Civica riunisce il gruppo cultura lunedì 10 dicembre alle 21.00 a Umbrò.

Chiunque fosse interessato all’elaborazione del tema in è invitato a partecipare!

Per aderire ad Anima Civica, ed inserire i propri ambiti di interesse, compila il form: www.animacivica.it/aderisci

 

Un patrimonio di tutti

E’ di stamattina la pubblicazione dell’annuale graduatoria Censis.

L’Ateneo di Perugia che, contrariamente alle profezie di qualche Cassandra col taccuino, è rimasto tra i grandi atenei, conquista anche quest’anno il primo posto di questa classifica, che è importante se non altro perché è una delle più diffuse e consultate. E’ il quinto anno consecutivo che con Perugia non ce n’è per nessuno.

Sono stata all’ assemblea del XX Giugno, a Via del Cortone. Debbo dire che gli interventi degli studenti universitari, pur nelle differenze di impianto, mi sono sembrati i più attenti al futuro, non me ne vorranno i miei coetanei che sono intervenuti in quella sede, ma una passerella del “com’era bello ai tempi nostri“ non mi sembra la ricetta per riprenderci. Ecco, io vorrei che in questa data, che considero il 2 Novembre dei rosiconi, ci si fermasse anche a pensare a che razza di fortuna abbiamo, in Umbria, con soli 800.mila abitanti, che non bastano a fare il traffico di un aeroporto degno di questo nome, né a muovere l’AV, per dire, ad avere nonostante tutto un ateneo assolutamente eccellente, che primeggia, che porta in città (o trattiene in città fa lo stesso), ragazzi come quelli che ho ascoltato; e le famiglie dei docenti universitari e del personale, con le loro richieste e aspettative culturali (elevate) verso le scuole e verso la vita culturale della città. E gli ospiti stranieri che vi giungono, e che poi la raccontano questa straordinaria realtà, la nostra Umbria imbucata tra le colline e le montagne.

Cosa sarebbe Perugia senza la sua Università?

Volevo scrivere qualcosa da qualche giorno, ma la posto oggi questa domanda, col cuore in festa per questo straordinario risultato, che arriva per il quinto anno consecutivo, un primato proibitivo da mantenere, perché mi dichiaro senza vergogna tifosa, anzi tifosissima di UNIPG, sia perché sul piano personale mi ha permesso di vivere una vita fantastica,  sia perchè la reputo una ricchezza non negoziabile per l’Umbria. Come nella pubblicità di un orologio tanti anni fa: Toglietemi tutto, ma non la mia UNIPG.

Una delle cose che più mi ha toccato il cuore la sera del XX Giugno a Via del Cortone è stato sentire una ventenne dichiararsi “innamorata della politica”. Voglio usare la stessa espressione. Non facciamo un errore antico, l’Università non è né di destra né di sinistra, è come la Fontana Maggiore, o l’Arco etrusco – patrimonio dell’Augusta.

Bisogna solo lasciarsene innamorare.

di Anna Martellotti, 3 Luglio 2018

Quali Università per quale Città?

Spesso ci si chiede che tipo di città sia una città universitaria. Di per sé la sola presenza di un Ateneo basterebbe a definirla tale, ma in realtà questo aggettivo significa molto di più.
Università è apertura e inclusività, sia verso i soggetti esterni sia verso quelli che la popolano e la alimentano. L’inclusività di sistemi, idee e persone è strettamente legata all’accessibilità, sociale e culturale, altro presupposto indispensabile affinché un’università per tutti e di tutti possa diventare il vero cuore dinamico della città.

Università è internazionalizzazione, luogo di incontri, di confronti e di mescolamento intellettuale. L’università nel terzo millennio è un soggetto culturale in costante interconnessione con il mondo. A tal fine assume un’importanza determinante il concetto di progettazione. In primo luogo “progettazione” per favorire un processo integrato in cui le istituzioni pubbliche di vari livelli (università, ministeri, regioni, comuni) possano contribuire allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza; in secondo luogo per accedere agli ormai irrinunciabili finanziamenti nazionali e internazionali. La progettazione diviene così lo strumento principale per una relazione costruttiva tra flussi globali di pensiero e necessità politiche locali. Uno strumento che può essere incrementato solo attraverso una programmazione ponderata delle azioni interistituzionali. La città di Perugia e la Regione dell’Umbria hanno bisogno di ritrovare nel rapporto con la ricerca universitaria un nuovo slancio in termini di innovazione professionale e di efficientamento delle risorse disponibili. Le università, mai come in questa fase storica, rappresentano il motore della Regione Umbria e della città di Perugia, realtà che con difficoltà stanno portando avanti un proprio percorso produttivo avvalendosi solo marginalmente del potenziale che queste istituzioni potrebbero rappresentare per lo sviluppo e per l’occupazione.

Dal punto di vista dei servizi molte azioni coordinate potrebbero rendere gli istituti di formazione e tutta la città molto più attrattivi. Ad esempio, il problema dei collegamenti a medio-lungo raggio è strettamente connesso al problema del trasporto urbano; insieme fanno riflettere su un’esigenza oggi vitale: integrare la popolazione universitaria agli spazi cittadini, restituendole una “dimensione” e un’importanza appropriate. Il percorso personale di studenti, ricercatori e docenti che vivono e condividono quotidianamente la città con gli abitanti deve essere interpretato come un’occasione di confronto preziosa e costruttiva: si stratta di giovani e di adulti, alcuni dei quali iniziano qui una formazione che potrebbe portarli lontano; altri, invece vengono per restare.

Ma questa città tiene davvero alla sua popolazione universitaria? La storia passata ci farebbe assentire, quella più recente lascia alla riflessione politico-amministrativa numerose questioni aperte: dal problema degli affitti a quello della convivenza negli spazi urbani condivisi tra studenti, personale accademico e residenti, dai momenti importanti ricreativi e di socializzazione alla fruizione aperta dei servizi. Solo quando studenti, docenti e ricercatori smetteranno di essere percepiti come visitatori temporanei, solo quando istituzioni e cittadinanza saranno veramente consapevoli del valore aggiunto derivante dalla popolazione accademica, dalla elaborazione culturale e dalla ricerca scientifica, sarà possibile definire Perugia come una città universitaria. Una città aperta e inclusiva h24, con aule studio e biblioteche aperte giorno e notte; spazi di vera aggregazione, unici reali presidi di cittadinanza viva e di sicurezza. Gli spazi della città e delle università devono essere riqualificati, resi vivibili e a disposizione di tutti.

E’ evidente, quindi, come la ricerca possa garantire e, al contempo, implementare sinergie tra Perugia e Università; in un circolo virtuoso in cui chiunque può usufruire direttamente o indirettamente della forza di studi che garantiscono coesione sociale e sviluppo. Il “ben-essere” di Perugia non può prescindere dalla simbiosi tra città e università.

di Dario Bovini, Mattia Liguori, Michele Mencaroni, Daniele Parbuono, Masimiljano Rrapaj, Costanza Spera

L’Università a Perugia

Un’esperienza universitaria non consiste solamente nella frequentazione di lezioni ed esercitazioni e nel sostenere i relativi esami, ma è rappresentata anche dalla possibilità di respirare l’aria di una città, di frequentare i suoi spazi sociali, di percorrere i suoi itinerari urbani, di condividere con i suoi cittadini attività culturali, sportive, politiche, anche attraverso associazioni e organizzazioni universitarie create ad hoc. E’ anche la possibilità di stabilire nuove relazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio paese, mettendo alla prova le proprie capacità di autonomia, di iniziativa, di convivenza.

Può essere, ed è stata per moltissimi, un’esperienza educativa e formativa in un senso globale.

Soprattutto se si è stranieri e si viene in Italia per apprenderne la lingua e con essa acquisire la chiave di ingresso ad una cultura millenaria, che si è espressa in tutti i campi, dall’architettura alla tecnologia, dalla pittura alla letteratura, dalla scultura alla moda, dalla musica all’alimentazione, solo per citarne alcuni.

Per questo molti studenti stranieri sono venuti a Perugia, per seguire i corsi di lingua e di Alta Cultura nel settecentesco palazzo Gallenga, di fronte all’Arco Etrusco, porta d’accesso ad un monumentale centro storico, non lontano da altre emergenze architettoniche ed urbanistiche e con la possibilità di partecipare alle stagioni musicali, teatrali, cinematografiche, folcloriche non solo di Perugia, ma anche di Assisi, di Spoleto, Di Gubbio, di Todi.

Ma soprattutto di sentirsi protagonisti di quel grande spazio sociale che è piazza IV novembre e Corso Vannucci.

Tutto questo nonostante pregiudizi e chiusure di una cittadinanza diffidente e non immediatamente socievole, un’offerta privata di alloggi esosa e bohémien, una carenza grave di servizi specifici per la comunità studentesca, straniera e non, malamente compensata da una miriade di locali per il consumo e lo svago.

Il saldo è stato positivo fino a quando Perugia ha retto sul piano sociale ed economico, quando la crisi globale ha messo in evidenza i limiti di uno sviluppo urbano non giustificato da una vera domanda di insediamento, ma legato solo ed unicamente a fenomeni speculativi e ha prodotto il collasso di interi segmenti produttivi o distributivi o alla loro riallocazione e parallelamente alla scomparsa di elementi simbolici, di modalità di appartenenza, di luoghi sociali, di spazi comuni fruibili e praticabili.

Perugia è stata per molti decenni la sede universitaria più settentrionale del meridione, in grado di attrarre, per mancanza di sedi alternative, studenti dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dal Molise e da regioni confinanti come il Lazio e le Marche. Per non parlare di studenti stranieri, che vedevano nella locale Università per Stranieri, la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana e poter accedere alle facoltà italiane. Oggi sono nate e si sono riqualificate molte università meridionali e l’appeal dell’Università per Stranieri si è notevolmente affievolito, a vantaggio dell’ex Scuola di Lingue e Cultura Italiana per Stranieri di Siena, oggi anch’essa Università e che nell’anno accademico 2016-2017 ha avuto 1940 iscritti. Il corpo docente dell’Università per Stranieri di Perugia non è stato più messo nelle condizioni di garantire qualità e competenze didattiche specifiche per quell’originalissima scuola, di promuovere una offerta formativa specializzata e non allineata, al ribasso, a quella dell’università italiana, a seguito di un reclutamento e di una selezione dei docenti sulla base del merito e delle competenze e della certezza di una carriera che vedeva nel precariato solo il gradino iniziale.

Non ha aiutato l’Università di Perugia la scelta di disseminare molti corsi universitari in alcune città dell’Umbria, perché ha comportato, quasi sempre, la dequalificazione dell’offerta accademica e della qualità degli studi. Ma soprattutto questo ha comportato la rottura tra città e Università, la divaricazione non tanto di sedi didattiche, ma di destini, di finalità, di complementarietà. In nome di una autonomia, legittima e necessaria, l’Università degli Studi ha perseguito degli obiettivi, ad esempio sul terreno dello sviluppo edilizio e della ricerca scientifica, del tutto avulsi da una programmazione condivisa con la città e coerente con i principi di priorità e necessità.

Le Università di Perugia potranno riprendersi dalla loro crisi solo se la città si riprenderà dalla sua, e solo se lo faranno tutte insieme.

di Marcello Catanelli