Ora serve qualcosa di completamente diverso

La sinistra ha bisogno di una nuova anima cittadina, che guardi al futuro

I risultati elettorali di Domenica 24 Giugno ci hanno consegnato un’Umbria in preda alla rabbia, la sintesi è un’affermazione della destra che vince in assenza di una proposta politica e soprattutto progettuale alternativa, quando la sinistra tutta smette di fare la sinistra. Una rabbia che trova riscontro nel dato diffuso dall’ISTAT che stima al 12.6 la percentuale di famiglie in Umbria in stato di povertà relativa, il risultato peggiore in tutto il centronord Italia.

Stupisce che l’intero sistema politico proveniente dalla sinistra abbia ignorato nella sostanza il nesso che unisce questi due elementi: la distanza di chi governa dalle condizioni di vita quotidiana della nostra comunità.

Chi vuole fare politica dalla parte della collettività non può in alcun modo scambiare l’interesse comune con quello per il proprio destino personale, una pratica purtroppo che è arrivata alla sua conclusione più traumatica, la rabbia tradotta in voto alla destra. Per troppo tempo l’unica cosa cui abbiamo assistito è stata solo una lotta di potere nominalistica in occasioni elettorali e questo, nei fatti, ha fatto perdere alla comunità il senso di appartenenza a un destino comune che ha distino i tanti anni di progresso civile e democratico della nostra terra. Ciò ha portato anche tanti storici elettori della sinistra, pur d’interrompere questa viziosa pratica, a votare per soggetti politici che ricercano il proprio consenso coltivando le più disperate paure.

Il mondo della sinistra ha smesso di cercare un’interlocuzione diretta e quotidiana con la cittadinanza, apparendo sempre più distante dalle esigenze quotidiane delle persone, cessando di interrogarsi su nuovi strumenti di partecipazione per intercettare le sensibilità della collettività.

Una collettività che ha percepito l’attuale classe dirigente e di governo incapace di comprendere le difficolta del quotidiano con cui molti umbri ormai si confrontano e convivono da molto/troppo tempo, determinando una incomunicabilità tra i cittadini e la classe di governo. Ma non possiamo rassegnarci a tutto questo. Oggi serve uno scatto in avanti immediato e dirompente nella pratica politica per ristabilire la simbiosi tra interessi generali e azione di governo.

E’ venuto il momento che il popolo della sinistra ritrovi la passione di progettare un futuro collettivo, che sappia prendere per mano gli ultimi e li accompagni sulla via del lavoro, del benessere economico e sociale dismettendo lotte di potere personali e correntizie restituendo così alle persone il senso di appartenenza a un destino comune e una storia di progresso civile e democratico per cui si è distinta dal dopo guerra ad aggi.

Sono tre le direzioni da percorrere: sostegno alle politiche per il lavoro per combattere la povertà, riqualificazione urbana per dare sostanza a una nuova idea di città senza espansione edilizia e speculativa, offerta culturale arricchita per restituire senso comune di appartenenza alla nostra terra e combattere le chiusure provinciali della destra, incapace di affrontare nodi strategici imprescindibili per il futuro della nostra comunità.

Anima Civica è dalla parte dei cittadini di questa terra umbra che pensano che l’egoismo non sia la soluzione per combattere la paura ma che solo un’alta qualità della vita delle nostre città  possa essere anche l’essenziale volano per un economia circolare e sostenibile. Riteniamo che la qualità della vita delle città del nostro territorio sia un patrimonio essenziale per la sua economia. Per questi motivi chiediamo il vostro sostegno per continuare a pensare ad un’Umbria migliore, per noi tutti.

di Anima Civica

Benvenuti a bordo, il viaggio comincia!

Dopo l’assemblea del XX giugno in tanti ci avete scritto per partecipare alle nostre riunioni, per sottoscrivere le nostre idee ed aderire al nostro progetto, siamo molto contenti dell’interesse che abbiamo suscitato, siamo intenzionati ad estendere quanto più possibile la partecipazione di tutti!

Per rimanere aggiornati sulle iniziative e partecipare ai gruppi di lavoro di Anima Civica, compilate il modulo di adesione nella sezione del sito “Aderisci”:

Aderisci

Dopo il XX Giugno: cosa c’è piaciuto, cosa non ci piacerebbe e cosa succederà adesso

Sono molto le cose che ci sono piaciute del XX Giugno di Anima Civica.

C’è piaciuta la grande partecipazione, perché era da molto tempo che a Perugia non si vedeva un’assemblea pubblica sul futuro della città con quasi 300 persone, rimaste – in buona parte – fino alla mezzanotte.

C’è piaciuta la piazza che ha ospitato l’assemblea, una vera “agorà”, una cornice splendida, messa a disposizione con grande disponibilità da Mario Mirabassi e dal Tfu, per restituire alla “Politica” il suo significato più nobile, quello di “polis”, di comunità pensante.

C’è piaciuto il clima che si respirava, di forte interesse, speranza, voglia di contribuire, di sconfiggere la rassegnazione.

Ci sono piaciuti poi i tanti contributi portati al dibattito, tutti con forte spirito costruttivo, fatti di bisogni, idee concrete e proposte.

C’è piaciuto il mix di generazioni, dai 20 agli 80 anni. Perché solo guardando la città da diversi punti di vista è possibile costruire inclusione e superare le divisioni.

C’è piaciuto, infine, anche l’atteggiamento dei tanti esponenti di partito e istituzionali presenti. Sono rimasti ad ascoltare, non hanno avuto “manie di protagonismo”. Un bel segnale.

Tutto questo ci è piaciuto molto. Quello che invece non ci piacerebbe, è vedere questo piccolo patrimonio di partecipazione e buona Politica strumentalizzato per gli interessi di qualcuno, o peggio, ridotto al livello di gossip per la solita smania di appiccicare nomi, svelare trame nascoste, individuare assi strategici con questo o quel partito.

Guardate, lo diciamo chiaramente: stavolta non funziona. La Politica che abbiamo in mente e che vogliamo proporre alla città è un’altra cosa. È proprio quella del XX Giugno, una politica di “liberazione” se volete. Liberazione da vecchi schemi, incrostature, rancori e strategie.

L’unica strategia che abbiamo in testa è quella di riportare le persone a partecipare, a discutere della propria città, di lavoro, cultura, sviluppo sostenibile, giustizia sociale, uguaglianza.

E allora ecco quello che faremo: abbiamo raccolto circa 70 adesioni all’assemblea del XX Giugno. Certo, è un numero piccolo in una città di 160mila abitanti. Ma è un grande punto di partenza.

Contatteremo nei prossimi giorni tutte queste persone per chiedere loro di cominciare a lavorare in gruppi divisi per zona o per tematica di interesse. Cercheremo attraverso questo blog, la pagina facebook, il passaparola di allargare ulteriormente la partecipazione. Organizzeremo seminari e incontri coinvolgendo esperti del nostro Ateneo e non solo per agevolare un confronto informato e scambiare competenze. Raccoglieremo testimonianze e suggerimenti anche in forma di intervista nei quartieri, nei luoghi di lavoro, in quelli di aggregazione.

Insomma, cercheremo di rendere talmente interessante e coinvolgente questo percorso da far pian piano passare in secondo piano il gossip e i retroscena. Ce la faremo? Dipende da tutte e tutti noi!

 

Lunedì 25 giugno 2018
ANIMA CIVICA

Assemblea del XX giugno : Ripensiamo la città – Rassegna Stampa Online

Articolo e servizio Video di Umbria24:

Anima civica riporta in piazza i perugini: «Ripensiamo la città»

Articolo di Tuttoggi:

Il rilancio di Perugia inizia dalla piazza di Anima civica

Articolo di Umbria Domani:

http://www.umbriadomani.it/in-rilievo/anima-civica-in-campo-per-perugia-meno-hashtag-piu-idee-200340/

Anima Civica: “Per rigenerare una città serve un’idea di città”

Le “formule” individuate per uscire dal declino: 
 Estetica = memoria x conoscenza x coraggio
Visione = design / territorio

Con lo slogan “meno hashtag, più pensiero e più partecipazione” si è chiusa l’assemblea pubblica organizzata da Anima Civica a Perugia con la cittadinanza che ha risposto numerosa all’appello per iniziare così il percorso di un “progetto per la città”.

Perugia del futuro, ruolo della comunità, trasformazione ed evoluzione del capoluogo: questi i temi al centro di uno spazio creato per dare sostanza ad una idea collettiva di città.

PERUGIA – Bellezza, conoscenza, memoria, conoscenza, idee, coraggio, visione, partecipazione, condivisione, incontro, rigenerazione: sono queste alcune delle parole chiave dell’incontro pubblico organizzato da Anima Civica per rilanciare il suo percorso di “progetto per la città”. Un appuntamento che ha avuto come primo merito quello di creare una unità di intenti, e soprattutto senza divisioni, e con l’unico obiettivo di partire dalle idee prima ancora che dai nomi o dalle persone. Obiettivo, “fermare il declino” e “svegliare la città per farla uscire dal sonno in cui è piombata da alcuni anni”. Parole quindi ma non solo, con i contenuti e un’idea di città condivisa e inclusiva che ha iniziato a prendere forma. Uno “scossone” necessario ad una “città dormiente” partendo dal confronto e dalla discussione, pratiche quasi dimenticate in questi ultimi anni, e con “il primo nemico da sconfiggere che è la rassegnazione”.

Come sarà la Perugia del futuro? E la comunità che la vive che ruolo avrà nella trasformazione e nell’evoluzione della città? A queste domande Anima Civica e il numeroso pubblico accorso all’assemblea pubblica nell’Arena BorgoBello (Teatro di Figura, via del Cortone) alla serata di mercoledì 20 giugno (data dal forte valore simbolico per la città di Perugia) hanno cercato di rispondere tra interventi in programma – le comunicazioni introduttive sono state a cura di Paolo Belardi, Fabrizio Ricci e Costanza Spera – e quelli che sono seguiti, visto che l’invito a partecipare era infatti rivolto a tutta la cittadinanza che ha così preso parte alla riunione della città per dare voce alle proprie aspettative e alla propria visione di città. Numerosi anche i giovani presenti, a dimostrazione che i temi che coinvolgono la città di Perugia interessano anche il mondo giovanile. “Una piazza simbolica rispetto a tante esperienze e forse siamo sulla strada giusta” è stato sottolineato all’inizio. “Non abbiamo personalismi da rivendicare, ma c’è un protagonismo della città da rimarcare con Perugia che deve tornare a fare Perugia” hanno affermato i rappresentanti di Anima Civica che, con l’idea di “fare politica e non scendere in politica”, rifiutano “la chiusura, il provincialismo e il feticismo della schedatura” a cui si assiste anche in questi giorni: “Una concezione della vita pubblica che non ci appartiene”.

A prendere per primo la parola è stato Fabrizio Ricci, il quale ha sottolineato la “percezione del declino di una città e di un modello economico”. “Ci sono disuguaglianze anche tra quartiere e quartiere e tra generazioni, con i figli che stanno peggio dei propri genitori. Il lavoro, che non appariva nel programma del sindaco Romizi, anche a Perugia è sotto attacco, sempre più precario, non è più una condizione intorno a cui persone costruiscono un progetto di vita. L’esplosione della povertà è il problema su cui bisogna intervenire ad esempio valutando gli strumenti che già esistono, come il reddito di inclusione che interessa 2.500 umbri, o alla fonte mettendo in pratica politiche redistributive. Il nostro territorio ha fatto la storia del welfare con livelli di benessere e di uguaglianza molto alti ma ora è diventato un costo, non più visto come fattore di sviluppo”. Per Ricci, inoltre, “va ricreato un rapporto con l’Università perché il gioco di squadra tra città e Ateneo oggi sembra assente”.

Proprio su temi come Università e cultura è intervenuta Costanza Spera, ed anche per lei si assiste ad uno “scollamento” tra l’Università e la vita esterna. “Una città che si definisce universitaria deve interpretare in modo più profondo il suo ruolo” ha commentato la studentessa per poi aggiungere: “Mix culturale, prospettive, integrazione e servizi per tutti gli studenti sono possibili solo se c’è connessione con la città: Perugia deve riscoprire il valore degli istituti di alta formazione come anche la sua Università per stranieri”. “Cultura non è solo università e non è solo festival – ha aggiunto – e la città ormai rischia di chiudersi. Bisogna investire su politiche culturali che puntino a multiculturalità, integrazione ma anche su spazi pubblici che mancano. Il declino non è tanto rispetto a ciò che c’era prima ma rispetto al potenziale della città”.

“Per rigenerare una città serve un’idea di città” ha affermato Paolo Belardi. “Si rincorrono problemi particolari, risolviamo le cose in modo episodico, ma per fare del bene ci vuole una visione generale”. Secondo Belardi “non è la bellezza che crea il pensiero, è il pensiero che crea la bellezza”. Due le “formule” che per Belardi possono aiutare in questo percorso di rigenerazione: Estetica = memoria x conoscenza x coraggio e Visione = design / territorio.

In merito allo scarso utilizzo di memoria Belardi ha detto: “Un pezzo di architettura formidabile, l’opera di Claudio Longo, ex mattatoio di via Palermo, è stata demolita. Non possiamo demolire cose del genere senza di averle fotografate, rilevate e fatte conoscere. Così è come se non fosse mai esistito. Stessa cosa è avvenuta a Monteluce. Il primo edificio panottico (“che fa vedere tutto”) della contemporaneità è stato l’ex carcere che poi tutto il mondo ha copiato: non si può pensare di demolire anche questo. L’Arco etrusco invece è cresciuto su se stesso senza mai negare ciò che è”. Relativamente alla conoscenza che per Belardi è sinonimo di ricchezza ha spiegato: “Bisogna sfatare l’idea che Perugia è città medievale. C’è infatti anche l’800, il ‘900 e bisogna studiare cose ancora non studiate”. “Bisogna avere coraggio” ha poi proseguito: “Piazza del Bacio va guardata come sogno di una generazione che da città agricola si è trasformata in industriale. Perché rinnegare un sogno?”.

“Abbiamo istituito – ha aggiunto – all’Accademia di belle arti di Perugia un corso di design che ora ci vogliono copiare da più parti. Design significa disegnare e tracciare ad alto livello, significa cultura del progetto. Più alimentiamo quest’ultima più abbiamo una visione forte”. Sul territorio, per Belardi, troviamo le nostre radici e per guardare al futuro “bisogna costruire sul costruito”. “Gli edifici contemporanei sono gli stessi centri storici – ha detto – e la nostra sostenibilità dopo averla insegnata al mondo l’abbiamo dimenticata”. Dalla sua esperienza all’Accademia di belle arti Belardi ha capito “un’ovvietà”: “Se si vuole avere una visione e creare bellezza prima servono poeti, pittori, artisti, fotografi che ti fanno vedere le cose in maniera diversa. Su questo si può intervenire poi materialmente”.

Lavoro, cultura, università e urbanistica sono stati quindi i temi che hanno delineato la parte introduttiva della discussione. Dopo i relatori invitati da Anima Civica a parlare sono iniziati i vari interventi del pubblico. Si è parlato pure di diritti civili anche “per far tornare Perugia la città accogliente e inclusiva che è sempre stata”; non governare la città ma amministrare solo “non va bene”; occorre ritrovare la “gioia urbana” ma per questo “ci vuole una scossa molto forte per costruire una nuova idea di città e ripensare il destino di Perugia che in passato è stata capitale del nuovo sviluppo territoriale e un grande laboratorio di pensiero politico”; c’è bisogno di una idea di città pensando che Perugia “deve fare un salto di qualità nelle sue basi produttive e di pensiero”; per fermare il declino “bisogna parlare sì di Pil e problemi economici ma anche di anima con la necessità di comunicare sempre di più per tornare a processi di bellezza e rigenerazione della città e perché c’è una egemonia culturale della città che è stata sconfitta da quella della sottocultura e da una visione restauratrice”; “meno hashtag, più pensiero e partecipazione”.

Anima Civica quindi è “scesa in campo” per rompere uno schema con la convinzione, anche a bilancio della serata, che il percorso pensato potrà essere incisivo se si trasforma ora in una nuova progettazione fatta di idee e azioni comuni.

Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda politica di Perugia

Da qualche tempo nella patria del capitalismo liberista per antonomasia, gli Stati Uniti, si è aperto un dibattito interessante e molto avanzato su come combattere disoccupazione e lavoro povero. Grazie soprattutto a Bernie Sanders – leader della sinistra democratica – si è cominciato a dire che deve essere lo Stato (il governo federale nel caso degli Usa) a risolvere il problema, in maniera diretta, attraverso quella che oltre oceano chiamano “Job guarantee”, ovvero, “Garanzia di lavoro”. In poche parole, lo Stato si trasforma in datore di lavoro di ultima istanza, che interviene offrendo un’occupazione dignitosa (almeno 15 dollari l’ora) quando il mercato privato non è in grado di farlo. Il governo centrale finanzia il progetto, ma il sistema è poi gestito dalle istituzioni locali (stati federali, ma anche municipi) sulla base delle esigenze del territorio.

Senza entrare qui nel dettaglio della proposta – in rete si trova moltissimo materiale – il punto centrale è che negli Usa (e ora anche in Gran Bretagna) si discute del ruolo che lo Stato deve avere nella creazione diretta di lavoro.

Da noi purtroppo questo dibattito è assente, ma forse è arrivato il tempo di ricominciare a riflettere sul ruolo e sulle responsabilità del Pubblico, a tutti i livelli, nel rispetto del diritto costituzionale per eccellenza, quello al lavoro appunto.

Prendiamo Perugia, la nostra città. L’Istat ci dice che negli anni della crisi il sistema locale del lavoro (che comprende anche i comuni vicini come Corciano, Torgiano, Marsciano, Magione, etc) è passato dai quasi 111mila occupati del 2008 a meno di 104mila nel 2016, con una perdita secca di quasi 7000 occupati. Oltre a questo, c’è una continua a crescente precarizzazione del lavoro. Banca d’Italia nel suo ultimo recente rapporto sull’economia dell’Umbria ci dice che nella nostra regione le assunzioni a tempo indeterminato sono diminuite ancora nel 2017 (-16,3%), dopo il tracollo del 2016 (-45%). E le previsioni per il prossimo periodo non lasciano intravedere alcun miglioramento. La stragrande maggioranza delle imprese della nostra regione – afferma stavolta Unioncamere – non intende assumere. Anzi, una parte prevede ulteriori riduzioni di personale.

Pensare che le istituzioni pubbliche, dal governo centrale fino all’ultimo dei comuni, possano restare a guardare, proseguendo tuttalpiù con la logica (fallimentare) degli incentivi a pioggia (stile jobs act) o introducendo meccanismi riparativi (Rei, redditi di cittadinanza, etc.) utili, ma insufficienti, è un atteggiamento suicida. Tanto più nel bel mezzo della rivoluzione tecnologica e digitale che, seppure per ora ben poco intercettata dalle nostre parti (il piano Calenda in Umbria ha generato pochissimi investimenti rispetto al resto del Paese), produrrà nel medio periodo ulteriori eccedenze di manodopera.

E allora? Serve un “job guarantee” anche nelle nostre città? Magari! Ma il tema non sembra purtroppo all’ordine del giorno. Di certo però si può e si deve cominciare a ragionare sul territorio del lavoro che manca, di quello che c’è ma è sempre più povero e precario, si può fare un’analisi dettagliata del rapporto tra percorsi universitari proposti e capacità di offerta occupazionale in quei settori specifici (i dati di Almalaurea possono essere utili in questo senso), si può intervenire energicamente sulla formazione professionale, si può e si deve ragionare di appalti pubblici e della qualità del lavoro che essi producono e, ancora, si può mappare ciò che resta di un sistema manifatturiero un tempo glorioso e oggi ridotto all’osso, ma senza il quale difficilmente si può immaginare una prospettiva. Questo porta anche, necessariamente, a porsi il problema di riequilibrare il rapporto tra multinazionali e territori, e al tempo stesso di indirizzare il resto del tessuto produttivo, fatto per lo più di piccole e piccolissime imprese verso un progetto coerente, basato su una visione condivisa della Perugia e dell’Umbria di domani.

L’impressione è che oggi si stia per lo più amministrando il declino, in una rincorsa continua volta tuttalpiù a limitare i danni. Urge un cambio di passo, ma soprattutto di mentalità. Il lavoro deve tornare al centro dell’agenda di Perugia e dell’Umbria.

di Fabrizio Ricci

Un impiccio chiamato Fontana Maggiore

Della Rocca Paolina si disse “splendida e inutilissima mole”. Lo stesso potrebbe dirsi della Fontana Maggiore, togliendo la mole, perché è un gioiello splendido nelle sue fattezze, equilibrato nelle sue dimensioni, con una posizione razionale per la Platea Magna Civitatis. Ma oggi considerata inutilissima, ostacolo ai mille eventi che vengono tollerati e permessi nella Piazza IV novembre, oscurata da palchi e palchetti, gazebi, gonfiabili, camion e camioncini di servizio, baracche e baracchini. Ormai intralcio alle tante manifestazioni moderne (e post moderne), ai vari festival, feste, raduni, trattenimenti, rimpatriate che Perugia, fino a ieri città di provincia ma mai provinciale, ospita oggi nella sua piazza principale, garantendo con i suoi alti profili architettonici scenari unici e prestigiosi, ridotti però a semplici quinte teatrali. E’ ora di toglierla di lì, trasferirla altrove, facendo felici mercanti e faccendieri, manager dello spettacolo e dell’intrattenimento, imprenditori dell’effimero, amministratori festaioli.

Del resto la cultura, oltre che non dare da mangiare, è ormai considerata un lusso per pochi, una questione di élite, e il bene artistico va valorizzato come merce, altrimenti non è, non serve, è inutile.

Del resto con il ridimensionamento delle Sovrintendenze e la creazione dei direttori monocratici dei Poli museali, non si è voluto aziendalizzare i beni culturali, enfatizzando la loro gestione, a scapito della tutela e della promozione? Non si sono cercati per questo ruolo dei manager più che degli esperti di settore? La loro mission non è quella di garantire la massima visibilità e fruibilità alle raccolte di prestigio, facendo del numero dei visitatori il riscontro oggettivo e incontrovertibile dell’efficacia della gestione? Non importa poi se mancano o si riducono competenze per la ricerca e gli scavi, al fine della individuazione, del restauro di beni che vanno tutelati e promossi.

La Fontana Maggiore è un bene di tutti, non è musealizzato, non si paga il biglietto per vederla, non è gestibile nel senso tecnico del termine.  

Andrebbe innanzitutto rispettata, nel senso che pretenderebbe un’area di rispetto, per impedire intromissioni di qualsiasi genere, anche acustiche. Andrebbe contemplata, libera da ostacoli e impedimenti visivi, sempre, in qualsiasi ora del giorno e della notte, per una fruizione continua e un arricchimento interiore.

Andrebbe capita, per coglierne il linguaggio, messaggi, i simboli, che, anche se medievali, sono ancora attuali.  E’ una grande rappresentazione di saperi e conoscenze, una summa di visioni e di consacrazioni, di memorie e di testimonianze. Ci arriva dall’età dei liberi comuni, da una incredibile esperienza di democrazia possibile, di emancipazione e di diritti, di rinnovamento e di speranza. E’ per questo che vi sono rappresentati i lavori dell’uomo e le stagioni del tempo, le professioni e le discipline, le metafore del potere e del sapere, i santi e i personaggi mitici, le città e i territori. C’è tutto quello che era conosciuto e che meritava di essere conosciuto, per farne un sapere diffuso, tramite un linguaggio condiviso ed un monumento pubblico.

Ma c’è qualcos’altro, anzi manca qualcosa.

Non vi è rappresentato nessun condottiero o cavaliere di ventura o potente armato, non c’è nessuna esaltazione di fatti d’arme, di battaglie, di presunte vittorie militari, nessun simbolo di guerra o di violenza. L’unica arma scolpita nel marmo è la spada di San Paolo, simbolo della fede, comunque sublimato.

La Fontana Maggiore canta la pace e un linguaggio di pace è l’unico possibile per affrontare e risolvere i problemi della res publica.

Possiamo non rispettarla, possiamo non contemplarla, possiamo non capirla, ma così facendo neghiamo a Perugia un futuro credibile e sostenibile.

di Marcello Catanelli 

Quali Università per quale Città?

Spesso ci si chiede che tipo di città sia una città universitaria. Di per sé la sola presenza di un Ateneo basterebbe a definirla tale, ma in realtà questo aggettivo significa molto di più.
Università è apertura e inclusività, sia verso i soggetti esterni sia verso quelli che la popolano e la alimentano. L’inclusività di sistemi, idee e persone è strettamente legata all’accessibilità, sociale e culturale, altro presupposto indispensabile affinché un’università per tutti e di tutti possa diventare il vero cuore dinamico della città.

Università è internazionalizzazione, luogo di incontri, di confronti e di mescolamento intellettuale. L’università nel terzo millennio è un soggetto culturale in costante interconnessione con il mondo. A tal fine assume un’importanza determinante il concetto di progettazione. In primo luogo “progettazione” per favorire un processo integrato in cui le istituzioni pubbliche di vari livelli (università, ministeri, regioni, comuni) possano contribuire allo sviluppo sostenibile dei territori di competenza; in secondo luogo per accedere agli ormai irrinunciabili finanziamenti nazionali e internazionali. La progettazione diviene così lo strumento principale per una relazione costruttiva tra flussi globali di pensiero e necessità politiche locali. Uno strumento che può essere incrementato solo attraverso una programmazione ponderata delle azioni interistituzionali. La città di Perugia e la Regione dell’Umbria hanno bisogno di ritrovare nel rapporto con la ricerca universitaria un nuovo slancio in termini di innovazione professionale e di efficientamento delle risorse disponibili. Le università, mai come in questa fase storica, rappresentano il motore della Regione Umbria e della città di Perugia, realtà che con difficoltà stanno portando avanti un proprio percorso produttivo avvalendosi solo marginalmente del potenziale che queste istituzioni potrebbero rappresentare per lo sviluppo e per l’occupazione.

Dal punto di vista dei servizi molte azioni coordinate potrebbero rendere gli istituti di formazione e tutta la città molto più attrattivi. Ad esempio, il problema dei collegamenti a medio-lungo raggio è strettamente connesso al problema del trasporto urbano; insieme fanno riflettere su un’esigenza oggi vitale: integrare la popolazione universitaria agli spazi cittadini, restituendole una “dimensione” e un’importanza appropriate. Il percorso personale di studenti, ricercatori e docenti che vivono e condividono quotidianamente la città con gli abitanti deve essere interpretato come un’occasione di confronto preziosa e costruttiva: si stratta di giovani e di adulti, alcuni dei quali iniziano qui una formazione che potrebbe portarli lontano; altri, invece vengono per restare.

Ma questa città tiene davvero alla sua popolazione universitaria? La storia passata ci farebbe assentire, quella più recente lascia alla riflessione politico-amministrativa numerose questioni aperte: dal problema degli affitti a quello della convivenza negli spazi urbani condivisi tra studenti, personale accademico e residenti, dai momenti importanti ricreativi e di socializzazione alla fruizione aperta dei servizi. Solo quando studenti, docenti e ricercatori smetteranno di essere percepiti come visitatori temporanei, solo quando istituzioni e cittadinanza saranno veramente consapevoli del valore aggiunto derivante dalla popolazione accademica, dalla elaborazione culturale e dalla ricerca scientifica, sarà possibile definire Perugia come una città universitaria. Una città aperta e inclusiva h24, con aule studio e biblioteche aperte giorno e notte; spazi di vera aggregazione, unici reali presidi di cittadinanza viva e di sicurezza. Gli spazi della città e delle università devono essere riqualificati, resi vivibili e a disposizione di tutti.

E’ evidente, quindi, come la ricerca possa garantire e, al contempo, implementare sinergie tra Perugia e Università; in un circolo virtuoso in cui chiunque può usufruire direttamente o indirettamente della forza di studi che garantiscono coesione sociale e sviluppo. Il “ben-essere” di Perugia non può prescindere dalla simbiosi tra città e università.

di Dario Bovini, Mattia Liguori, Michele Mencaroni, Daniele Parbuono, Masimiljano Rrapaj, Costanza Spera