L’Università a Perugia

Un’esperienza universitaria non consiste solamente nella frequentazione di lezioni ed esercitazioni e nel sostenere i relativi esami, ma è rappresentata anche dalla possibilità di respirare l’aria di una città, di frequentare i suoi spazi sociali, di percorrere i suoi itinerari urbani, di condividere con i suoi cittadini attività culturali, sportive, politiche, anche attraverso associazioni e organizzazioni universitarie create ad hoc. E’ anche la possibilità di stabilire nuove relazioni al di fuori della propria famiglia e del proprio paese, mettendo alla prova le proprie capacità di autonomia, di iniziativa, di convivenza.

Può essere, ed è stata per moltissimi, un’esperienza educativa e formativa in un senso globale.

Soprattutto se si è stranieri e si viene in Italia per apprenderne la lingua e con essa acquisire la chiave di ingresso ad una cultura millenaria, che si è espressa in tutti i campi, dall’architettura alla tecnologia, dalla pittura alla letteratura, dalla scultura alla moda, dalla musica all’alimentazione, solo per citarne alcuni.

Per questo molti studenti stranieri sono venuti a Perugia, per seguire i corsi di lingua e di Alta Cultura nel settecentesco palazzo Gallenga, di fronte all’Arco Etrusco, porta d’accesso ad un monumentale centro storico, non lontano da altre emergenze architettoniche ed urbanistiche e con la possibilità di partecipare alle stagioni musicali, teatrali, cinematografiche, folcloriche non solo di Perugia, ma anche di Assisi, di Spoleto, Di Gubbio, di Todi.

Ma soprattutto di sentirsi protagonisti di quel grande spazio sociale che è piazza IV novembre e Corso Vannucci.

Tutto questo nonostante pregiudizi e chiusure di una cittadinanza diffidente e non immediatamente socievole, un’offerta privata di alloggi esosa e bohémien, una carenza grave di servizi specifici per la comunità studentesca, straniera e non, malamente compensata da una miriade di locali per il consumo e lo svago.

Il saldo è stato positivo fino a quando Perugia ha retto sul piano sociale ed economico, quando la crisi globale ha messo in evidenza i limiti di uno sviluppo urbano non giustificato da una vera domanda di insediamento, ma legato solo ed unicamente a fenomeni speculativi e ha prodotto il collasso di interi segmenti produttivi o distributivi o alla loro riallocazione e parallelamente alla scomparsa di elementi simbolici, di modalità di appartenenza, di luoghi sociali, di spazi comuni fruibili e praticabili.

Perugia è stata per molti decenni la sede universitaria più settentrionale del meridione, in grado di attrarre, per mancanza di sedi alternative, studenti dalla Calabria, dalla Puglia, dalla Basilicata, dall’Abruzzo, dal Molise e da regioni confinanti come il Lazio e le Marche. Per non parlare di studenti stranieri, che vedevano nella locale Università per Stranieri, la possibilità di apprendere i primi rudimenti della lingua italiana e poter accedere alle facoltà italiane. Oggi sono nate e si sono riqualificate molte università meridionali e l’appeal dell’Università per Stranieri si è notevolmente affievolito, a vantaggio dell’ex Scuola di Lingue e Cultura Italiana per Stranieri di Siena, oggi anch’essa Università e che nell’anno accademico 2016-2017 ha avuto 1940 iscritti. Il corpo docente dell’Università per Stranieri di Perugia non è stato più messo nelle condizioni di garantire qualità e competenze didattiche specifiche per quell’originalissima scuola, di promuovere una offerta formativa specializzata e non allineata, al ribasso, a quella dell’università italiana, a seguito di un reclutamento e di una selezione dei docenti sulla base del merito e delle competenze e della certezza di una carriera che vedeva nel precariato solo il gradino iniziale.

Non ha aiutato l’Università di Perugia la scelta di disseminare molti corsi universitari in alcune città dell’Umbria, perché ha comportato, quasi sempre, la dequalificazione dell’offerta accademica e della qualità degli studi. Ma soprattutto questo ha comportato la rottura tra città e Università, la divaricazione non tanto di sedi didattiche, ma di destini, di finalità, di complementarietà. In nome di una autonomia, legittima e necessaria, l’Università degli Studi ha perseguito degli obiettivi, ad esempio sul terreno dello sviluppo edilizio e della ricerca scientifica, del tutto avulsi da una programmazione condivisa con la città e coerente con i principi di priorità e necessità.

Le Università di Perugia potranno riprendersi dalla loro crisi solo se la città si riprenderà dalla sua, e solo se lo faranno tutte insieme.

di Marcello Catanelli

Il Turreno, e non solo, per ricostruire la bellezza di Perugia

Verso un terreno comune da cui partire

La nostra proposta per il Turreno s’inserisce in un progetto per il futuro di Perugia. Ripensando al ruolo della cultura nella città non possiamo non porci alcune domande. Cosa sarà Perugia nei prossimi anni? C’è una riflessione sul futuro della città? Delle proposte, delle scelte, un progetto per Perugia? Noi abbiamo una visione della Perugia del futuro che si basa su due concetti chiave: ricostruzione e rigenerazione.

Ancora Perugia viene vissuta nell’immaginario collettivo come una città in decadenza, anche a causa della vasta campagna d’informazione nazionale e internazionale, portata avanti per anni, che ha dipinto Perugia come città del vizio, poco sicura, persa. Ormai si ha la sensazione di vivere in una città triste, morta. Ci vorrà del tempo per tornare alla Perugia tranquilla, viva, colta e creativa, e per esaltare la sua bellezza. È un lavoro lungo e difficile. Per questo, per curare le ferite dell’anima collettiva e individuale, al centro di un progetto per il futuro deve esserci il concetto di ricostruzione. Ricostruzione dell’identità della città, dei suoi valori fondanti, del senso di comunità e di appartenenza. Gli assi fondamentali del nuovo inizio per ricostruire la bellezza di Perugia saranno tre: valorizzazione delle istituzioni culturali (le due Università, l’Accademia di Belle Arti, il Conservatorio), che costituiscono un’eccellenza per la regione; mettere in rete e promuovere la cultura con le grandi manifestazioni, il turismo con gli eventi di carattere nazionalpopolare e i beni culturali con il ruolo strategico della Galleria Nazionale e del sistema museale; creare le condizioni culturali, sociali, economiche affinché Perugia possa candidarsi credibilmente a capitale dell’Italia di mezzo.

Se c’è la volontà di lavorare su questo progetto, è da questi punti di riferimento che si pongono le basi per la rigenerazione. Una rigenerazione che passa innanzitutto dagli spazi per la cultura: superando la concezione di tanti poli isolati, proponiamo un’agorà della cultura che metta in rete Turreno, Morlacchi, Pavone, Santa Giuliana, Frontone, Lilli, fino al Lyryck, senza dimenticare gli spazi decisivi che presto si libereranno negli edifici della Biblioteca Augusta e della clinica di Porta Sole. La creazione della cittadella giudiziaria presso le strutture dell’ex carcere di Piazza Partigiani metterebbe a disposizione il Palazzo del Capitano del Popolo in Piazza Matteotti, che potrebbe essere trasformato in uno spazio per l’arte, con la creazione di gallerie espositive, ed entrare così in sinergia con quella struttura dedicata all’arte contemporanea che vorremmo nascesse a San Francesco al Prato.

Questa grande iniziativa ci permetterebbe di cambiare strada, di orientarci verso una città cosmopolita, europea, internazionale, in grado di potenziare al massimo la sua bellezza. In questa visione s’inserisce la questione Turreno. Tra le città europee, ci sono precedenti illustri di ricostruzione della propria identità scommettendo sul futuro mettendo insieme le energie collettive e ricostruito un senso collettivo di comunità. Penso a Bilbao, emersa dalla grave crisi economica e ora sede del Museo Guggenheim, a Manchester, città operaia messa in ginocchio dalla fine dell’industria tessile e risorta grazie al recupero dell’archeologia industriale e diventata una delle capitali mondiali della musica contemporanea, a Lille, talmente cambiata negli ultimi anni da diventare un polo universitario eccellente (con i suoi 110.000 iscritti) e capitale europea della cultura nel 2004. Questa è la sfida che proponiamo, guardando al bene comune e all’interesse generale, che per noi è da sempre lo sviluppo e il futuro di Perugia. Insieme possiamo farcela. Cerchiamo un terreno comune da cui partire, il resto sono dettagli.

di Virgilio Ambroglini

Lettera aperta: la nostra Fontana Maggiore

La Fontana Maggiore e la cura del Sidol.

G.le Dottoressa Marica Mercalli, Direttore della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

Lavorando in centro, da mesi guardo con interesse la nuova istallazione realizzata sulla Fontana Maggiore. La pregevole opera di natura post moderna, suppongo, ha in sé vantaggi che non esito a definire geniali. In epoca di lotta agli sprechi aver già realizzato parte consistente degli addobbi per il prossimo Natale è certamente un vantaggio non da poco. Mi riferisco in particolare alla colorazione della Ninfa Trasimena che i perugini delle varie generazioni hanno conosciuto sempre di color bronzo e che la sua illuminata concezione delle opere d’arte della nostra città ha trasformato in oro. Sono certo che tale pezzo, pregevole con certezza, proviene dalla mostra “ Treasure from Wreck”, recentemente presentata a Venezia, opera di uno dei più geniali e discussi artisti della nostra contemporaneità: Damien Hirst.

La mostra, a Venezia, era un racconto immaginario di pezzi falsi riportati alla luce da un immaginario cercatore di antichità e di rarità dal passato. Quanto ritrovato in fondo al mare proveniva da una nave destinata a un “liberto” che doveva offrire il tesoro al tempio del Dio Sole.  A metà della imponente mostra il visitatore scorge tra le statue di Afrodite, di Ishtar e corredi regali in oro, la statua di Topolino: un modo per affermare l’autenticità del falso nell’epoca moderna, nobilitata da un uso straordinario dello storytelling audio visuale del finto ritrovamento della nave “Unbelievable”. Portare a Perugia tale rilevante pezzo proveniente da una mostra che ha avuto migliaia di visitatori e poterlo ammirare ogni giorno della settimana, non ha prezzo. Di certo il suo lavoro di Direttore è prezioso in una città spesso ancorata a una riproduzione di maniera e a volte, almeno una all’anno, di solito a Giugno, del tutto posticcia. Quindi Perugia passa dal triste bronzo all’esaltante oro.

Se Rodolfo II d’Asburgo, fosse riuscito così facilmente in una simile trasformazione con i migliori alchimisti di tutta la sua epoca in tale impresa, oggi avremmo una un’altra Europa. Ma quella era un’altra epoca.

Perugia è una città che in buona parte vive di turismo culturale, nonostante quest’apparente ovvietà sia oggi considerata quasi una bestialità. Il suo landmark è proprio la Fontana Maggiore e quindi ci permetterà di essere incuriositi dal perdurare da mesi della trasmutazione del bronzo in oro. Purtroppo noi non siamo come Rodolfo II e non siamo posseduti dalla ricerca d’improbabili tesori o dall’ossessione della predizione del futuro. La Fontana Maggiore è il simbolo della nostra comunità, la visualizzazione della nostra identità collettiva. Lei che è arrivata da noi recentemente, non ha certo vissuto il restauro di questo monumento che fu trasformato in un’esperienza collettiva, assumendo il carattere di una straordinaria opera di foudraising popolare, come si direbbe oggi. Per anni alle coppie che si sposavano in Comune veniva donata dalla Amministrazione Comunale una stampa che riproduceva le formelle della Fontana, ma quella era un’altra epoca. Un tempo in cui i simboli erano quelli che la storia ci aveva consegnato e non delle invenzioni da sceneggiato di quarta classe. Capirà quindi che ci sono dei cittadini che guardando il monumento ogni giorno si domandano che fine farà. Noi, poveri cittadini, ci facciamo questa domanda che certo non sentiamo aleggiare in nessuna delle Istituzioni, nessuna.

Oggi più materialmente siamo qui a parlare di landmark, di turismo culturale e non essendoci né Istituzioni locali, né storici dell’arte che s’indignano o plaudono alla sua istallazione forse è arrivato il momento di fare una proposta. Eccola.

Dopo il prossimo Natale, con comodo e calma, naturalmente seguendo i consueti ritmi mediterranei della Soprintendenza, perché non provate a ripristinate il colore originale ? Magari, questa volta, cercando di non sbagliare il negozio dove acquistare i prodotti per la ripulitura. Intanto, per avvantaggiarci, visti i tempi di reazione, a un suo cenno siamo pronti in molti a procedere alla raccolta di fondi per andare in un negozio “fai da te” per cercare il “Sidol” di una volta, pare che faccia ancora miracoli. Per le superfici da lucidare in ottone che da lontano può anche sembrare oro.

di Giovanni Tarpani

Visione e condivisione: dal Turreno agli “arconi”, il silenzio su Perugia

Non vogliamo entrare nel merito burocratico – istituzionale del rapporto tra Comune e Regione Umbria in merito alla vicenda del recupero del Teatro Turreno. Quello che preme alla cittadinanza non è conoscere l’iter, le dinamiche tecniche o i cavilli tutti interni alle amministrazioni, la cittadinanza rivendica a gran voce ormai da tempo, che siano resi noti i progetti, i soggetti responsabili, il destino concreto di spazi quali il Turreno, la biblioteca degli Arconi, il Mercato coperto, essenziali non in modo fine a se stesso o come baluardi di una Perugia che fu, ma per la vita di un centro storico partecipato nel presente e proteso verso il futuro.

Vogliamo riportare l’attenzione sul silenzio dell’amministrazione cittadina che, pur replicando prontamente e puntualmente attraverso un profilo Facebook, continua a non pronunciarsi in modo ufficiale e organico su quella “visione” della città su cui tante volte gli abitanti l’hanno interpellata. E si protrae il silenzio, questo non solo simbolico ma verificato, del sindaco. Gentilezza ed educazione sono qualità indubbie del primo cittadino, ma vorremmo finalmente sapere come la vede il sindaco, questa Perugia del nuovo Turreno, del nuovo Mercato coperto, degli spazi strategici, della nuova agorà. Nel delineare il progetto sul Turreno, stando alle sporadiche comunicazioni che trapelano dai palazzi, sembra che la capienza sia stata ridotta rispetto ai numeri di cui la cittadinanza aveva discusso. Nuovi elementi architettonici si aggiungono al cantiere della biblioteca degli Arconi, dopo assemblee pubbliche e sottoscrizioni. Si apprende in questi giorni che i lavori sul Mercato coperto saranno pronti entro luglio e ne siamo contenti, se non fosse per la drammatica scarsità di informazioni sul progetto, sullo sviluppo e sull’esito futuro di questi stessi lavori. La cittadinanza si muove, si incontra, discute su strutture e spazi destinati a trasformare il volto di Perugia: non mettiamo in dubbio che l’amministrazione comunale lavori, ma di questo lavoro si sa ben poco.

Rivendichiamo una condivisione sul futuro della città che non sia solo quella dei post: è molto triste che il dibattito politico su questioni centrali quali l’assetto di Perugia sia confinato al “portierato digitale”tipico dell’uso più immediato dei social network. La modernità è straordinaria, ma è l’uso che se ne fa a determinarne la fisionomia. Non torniamo sul Turreno come pretesto per una vuota e sterile polemica, accodandoci allo scambio di post tra amministratori.

L’identità della città.

 

 

Perugia da secoli ma specialmente in epoche recenti, ha una forte caratterizzazione internazionale. Questo carattere è oggi in forte ombra e contribuisce a dare a Perugia una natura di piccola città provinciale.

Senza scorrere troppo indietro nel tempo, dal 1961 quando Aldo Capitini promosse la prima Marcia Perugia – Assisi, la città è stata sempre percepita come il luogo in cui ci si sforzava di creare unitariamente, le proposte e le azioni per rafforzare la pace come valore universale. Una qualità che ne rafforzava il senso di apertura e d’internazionalità per superare le rigidità della divisione in blocchi contrapposti che hanno caratterizzato molte stagioni del passato. Questa idea è stata poi mantenuta e ampliata nelle edizioni successive della Marcia Perugia mantenendo intatta l’ispirazione iniziale. Uomini e donne hanno marciato insieme per affermare un valore e non certo per costruire una società chiusa e sorda ai pericoli della guerra.

Dopo il colpo di stato in Grecia e in Cile, Perugia ospitò tantissimi esuli e perseguitati da quei regimi autoritari, molti dei quali hanno contributo alla crescita culturale della città in un rapporto di scambio e di crescita civile comune. Voglio anche ricordare come la terrazza esterna della Sala dei Notari ha visto l’unico discorso di piazza in Europa di Yasser Arafat contribuendo a dare il senso di una comunità aperta alle sensibilità che attraversano il mondo medio orientale.

La diffusa percezione che ogni qualvolta la pace nel mondo fosse una cosa che ci riguardava tutti è stata testimoniata dalla azione e impegno istituzionale, di tutti gli Enti Locali della nostra terra a partire proprio dalla città di Perugia. Un’attività che ha legato la comunità e le sue Istituzioni a una visione partecipata dei destini collettivi della umanità.

Perugia e l’Umbria dovrebbero reagire a un impoverimento culturale e civile che denota il silenzio sugli accadimenti nel mondo di questi anni. Il terrorismo, le nuove guerre, non può essere altra cosa dal destino individuale di ognuno di noi.

Anima Civica dovrebbe impegnarsi perché la nostra città recuperi il ruolo positivo e importante nella formazione e nella affermazione di una comunità inclusiva e solidale non più dominata dalla paura e dalla chiusura.

Renzo Patumi

Perugia, 18 maggio

Perugia è ancora una città industriale?

Il distretto industriale perugino, che comprende anche Corciano, Deruta e Torgiano, si afferma nel corso degli anni sessanta del Novecento, frutto di una serie di esperienze imprenditoriali che avevano portato all’affermazione di marchi di grande prestigio nazionale e internazionale. Per citarne alcuni: Perugina, Spagnoli, IGI, Ellesse, Ciai, Lungarotti, Dominici.

La Perugina è stata il volano di questo distretto, in quanto disponeva di una struttura con elevata capacità tecnologica, con procedure amministrative innovative e formative, in grado di riprodurre nuove esperienze d’impresa ed anche pratiche di democrazia maturate all’epoca del passaggio dalle commissioni interne ai consigli di fabbrica. Si può legittimamente parlare di una cultura industriale che portava le aziende anche ad interloquire, con un dialogo continuo e costante, con amministratori comunali e regionali, fino al punto che molte scelte imprenditoriali si intersecavano spesso con la pianificazione regionale.

Questa cultura si materializza in valorizzazione delle capacità imprenditoriali, ricerca e innovazione nell’ambito produttivo, selezione di un ceto manageriale, crescita delle competenze e capacità operaie, certezza occupazionale e con essa redditi e profitti.

Questa cultura, che è un insieme di valori, di atteggiamenti e di comportamenti collettivi, entra in crisi a metà degli anni settanta del Novecento, per l’impennata dei prezzi del petrolio con conseguente inflazione, e perdita di dinamicità del mercato.

Nel caso della Perugina l’azienda è sovradimensionata per il mercato italiano e inadeguata per il mercato internazionale e dopo varie operazioni finanziarie, commerciali e industriali è venduta alla Cir di De Benedetti nell’aprile 1985. Non è ancora la fase del passaggio di proprietà di molte imprese a multinazionali, che non hanno nel loro core business la condivisione di una cultura industriale e con una indubbia capacità di ricatto nei confronti degli amministratori regionali e comunali, ma è un tentativo di rilancio non solo della Perugina (che si chiama ora IBP) ma dell’intero distretto, perché è la premessa di un grande progetto industriale, la creazione del più grande gruppo alimentare italiano, in grado di competere con le multinazionali straniere, unificando IBP e SME (il polo alimentare pubblico). L’opposizione politica di Bettino Craxi e degli altri gruppi alimentari italiani e il mancato intervento dell’Iri, allora amministrata da Romano Prodi, decretano non solo il fallimento dell’operazione (vendita alla Nestlè nel 1988), ma l’inizio di una fase di declino dell’intero distretto industriale perugino, che vede trasferimenti di proprietà, ridimensionamento dei piani industriali, riduzione drastica degli occupati. Parallelo, e non a caso, lo scadimento del ceto politico amministrativo, non più stimolato e messo alla prova dall’iniziativa imprenditoriale, dalla capacità manageriale, dalla conflittualità operaia.

Oggi l’attività manifatturiera è ancora di alcune migliaia di imprese ma per la quasi totalità di piccole dimensioni (fino a 9 addetti) mentre sono solo cinque le aziende che contano più di 250 lavoratori, tra cui la Perugina, che ne conta settecento. Ma al di là dei dati quantitativi c’è un altro dato significativo: una alta percentuale della forza lavoro rientra nella categorie del lavoro somministrato, del lavoro occasionale e delle collaborazioni coordinate a progetto (cocopro). Persone tra i 35 e i 40 anni, con salari inferiori a quelli dei contratti a tempo determinato e indeterminato, molti assunti da agenzie che poi li smistano, sulla base della domanda, alle diverse aziende, per periodi più o meno lunghi.

Lavoro precario, proprietà lontane e mercati lontani, subalternità degli amministratori pubblici alle élite economiche e culturali, fanno sperare per il futuro?

(Marcello Catanelli 8 maggio 2018)

Coraggio dunque, e Perugia sarà

 

Con queste parole si concludeva la lettera che da Arezzo inviò al Governo Provvisorio perugino il 17 giugno 1859 il colonnello Cerroti, di fatto ribadendo la necessità che la città si difendesse dalle truppe papaline, ma che dovesse contare unicamente sulle proprie forze.

Dello stesso coraggio c’è bisogno oggi, anche se la minaccia non è rappresentata da un nemico in armi alle porte della città, ma da un declino economico, sociale e culturale che da anni ormai coinvolge una massa critica di quasi duecentomila persone, che ha perso la sua identità di capoluogo regionale, di centro culturale di eccellenza, di distretto industriale di qualità.

Fino a ieri un cittadino perugino si sentiva di appartenere ad una comunità che nella sua stragrande maggioranza si identificava in almeno tre elementi che appartenevano alla sua realtà urbana ma anche al suo immaginario e alla sua dimensione simbolica: L’Università, La Perugina, Pietro Vannucci. Di queste tre realtà Perugia si sentiva forte, perché riguardavano non tanto un’ accademia, una fabbrica e un artista, ma un tessuto sociale ed economico in cui primeggiavano ben due università, l’Università degli Studi e l’Università per Stranieri, una prestigiosa Accademia di Belle Arti, un sistema completo e credibile di Licei ed Istituti di secondo grado, in grado di garantire formazione e ricerca, ma anche confronto ed emancipazione sociale, scambio di idee e di servizi, attrattività regionale ed extraregionale. La Perugina non era solo uno stabilimento industriale, ma un concentrato di grandi competenze e professionalità, perennemente sotto lo stimolo di ricerca e innovazione, con una gamma di prodotti di altissima qualità, che riguardavano l’intero settore dolciario e che era la punta più avanzata di una attività manifatturiera estesa e ramificata, fonte di profitti per pochi ma di reddito per molti. Pietro Vannucci, detto il Perugino, non era solo uno degli artisti più famosi e conosciuti del suo tempo, ma l’espressione più alta di un humus sociale e culturale, che hanno fatto di Perugia, anche dopo il Medio Evo, un luogo dove l’arte, nelle sue molteplici espressioni, ha condizionato il volto urbano della città ma anche l’animo e la sensibilità dei suoi abitanti.

Il declino di Perugia è cominciato quando hanno perso peso nella realtà e nell’immaginario questi tre elementi simbolici, ridimensionati nella loro capacità di produrre beni e servizi, ma anche cultura, travolti da logiche finanziarie, costretti a scelte produttivistiche quantitative e contingenti, piegati a scelte né condivise né condivisibili. Le Università, una malamente delocalizzata a livello regionale, con l’abbassamento della qualità della sua offerta didattica, trascinata in logiche imprenditoriali estranee e improvvisate, l’altra ridotta a semplice doppione della prima, riducendo le proprie specificità e competenze, hanno perso autorevolezza e attrattiva. La Perugina è ormai solo uno stabilimento di produzione di monoprodotti compatibili con un mercato globale vorace ed effimero. L’arte a Perugia è una ostentazione nostalgica di arredi e tesoretti, senza più lo stimolo della ricerca e dell’innovazione, un momento contemplativo, neanche critico, né tantomeno produttivo.

Eppure da lì bisogna ripartire. Con coraggio.

Dall’eccellenza universitaria, intesa come momento significativo di una economia di servizi, perché in grado di alimentare il circuito virtuoso dell’assistenza sociale e sanitaria, della tutela dei diritti tramite le professioni e i servizi, lo scambio e l’arricchimento sociale con l’acquisizione di meriti e competenze, le ricadute sulla qualità di vita con la ricerca e la sperimentazione.

Dal tessuto produttivo manifatturiero, a partire da quello che resta (e non è poco) del settore dolciario e della filiera alimentare, incoraggiando nuove imprenditorialità, facilitando il rinnovamento e la innovazione del distretto industriale perugino, fonte indispensabile di reddito per tutta la città.

Dall’arte, valorizzando i tesori esistenti (tanti), ma inserendola in un processo di riqualificazione urbana, che punti non più sull’espansione della città diffusa, ma che miri al riuso e all’utilizzo di quanto è edificato e non utilizzato, recuperando spazi e luoghi alla vita collettiva, alla residenza, alla dimensione sociale. Arte non tanto come competenza specialistica e come produzione parcellizzata, ma visione artistica complessiva per una ridefinizione di un’idea di città.

Forse allora Perugia sarà.

 

(Marcello Catanelli 19 aprile 2018)